Nell Zink – Senza pelle

Gli esseri umani sono soltanto creature che “mangiano e si riproducono?”

Un romanzo di Nell Zink completamente calato nel mondo di oggi, dove, attraverso l’Europa, Tiffany si getta in un turbinio di subculture, ONG ambientaliste, birdwatching e atti di eco-terrorismo, alla ricerca di un obiettivo che dia senso alla sua esistenza.

Scritto con una prosa giovane e divertente, tradotto da Anna Mioni per Minimum fax.

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Gli uccelli erano la sfera intima di Stephen. Con loro non doveva essere fico o spassoso e nemmeno allettante. “Riprodursi e nutrirsi”, così Stephen definiva la loro vita, facendoli somigliare più a dei mangioni erotomani (cioè, a degli esseri umani) che alle orgiastiche e leggiadre creature stagionali che erano in realtà: animali di una tragicità assurda, che fuggivano allarmati dal primo accenno di maltempo, gridavano per mesi di fila per difendere territori grandi come un campo di pallamano, avevano rapporti sessuali brevi e goffi e deponevano una covata di uova dopo l’altra per darle in pasto ai predatori, sceglievano direzioni inesorabilmente sbagliate che li portavano a morire di freddo o di fame, ad annegare, o a farsi catturare dai cacciatori su qualche lago gelato, troppo esausti per muoversi.

 

Per Stephen erano un modello di brama primordiale e insaziabile. Io li vedevo in un altro modo, gli uccelli. Pensavo piuttosto a due anatre, tra le quali vige la fedeltà di coppia. Cosa avrebbero fatto se i cacciatori le avessero intrappolate? Li avrebbero affrontati tenendosi per mano? Ma nemmeno per sogno. Si sarebbero separate, ognuna in una direzione diversa. L’anatra colpita avrebbe usato le ultime forze per guardare il compagno di una vita e quello avrebbe scosse il capo come per dire: “Stai zitta, per favore. Non fare la spia solo perché stai morendo”. E l’amore avrebbe trionfato.

 

Inoltre l’estetica di Stephen non li convinceva per niente. Lui aveva già chiesto più volte a Birke, di progettare campagne con slogan escogitati da lui, come “Idroelettrico: il Moloch satanico dei quartieri alti” o “Fottuto e abbandonato” (secondo lui una descrizione più che appropriata del fiume Reno), riuscendo a rimediare solo le occhiatacce di traverso che i post-punk si beccano sempre dai giovani 2.0 e che significano: “Quanto sei poco professionale”.

 

Prese due noci dalla ciotola sul tavolo e le ruppe una contro l’altra altra con entrambe le mani. Mangiò la noce più debole, poi provò la forza della noce rimasta contro un’altra noce. Glielo avevo visto fare decine di volte. In un primo momento credevo lo facesse per ammazzare il tempo quando c’era silenzio, ma dopo che la stessa noce vinse otto scontri capii.

“La noce più forte è noiosa”, dissi. “Tanto valeva che fosse un sasso”.

“Si illude che lo schiaccianoci la trovi molto attraente”, disse, e prese lo schiaccianoci.

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Michael Gold – Ebrei senza soldi

Un romanzo che è un mix tra narrativa, memoir, spaccato storico e politico. Michael Gold racconta la sua infanzia nel Lower East Side di New York, tra emigranti ed ebrei in cerca di una nuova vita e che si sono ritrovati nello sfruttamento, nel degrado e nella disoccupazione. Rapidi, lucidi e taglienti sketch che dipingono la vita nei primi del ‘900 tra bande, prostitute, sfruttatori e famiglie.

Tradotto da Alessandra Scalero per Castevecchi.

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Non potrò mai dimenticare quella strada dell’East Side dove ho vissuto da ragazzo; distante un isolato dalla famigerata Bowery, era un autentico canyon di caseggiati guarniti di scale di sicurezza, lenzuola e facce.

Facce, facce, alle finestre dei caseggiati. Che inesauribile, immensa miniera di emozioni, la strada! Non s’addormentava mai. Ruggiva come un mare in tempesta. Esplodeva come una girandola di fuochi artificiali.

La gente si urtava, questionava per la strada. Eserciti di venditori ambulanti spingevano urlando i loro carretti. Donne strillavano, cani abbaiavano e si accoppiavano in mezzo alla strada. Bimbi piangevano.

Un pappagallo bestemmiava. Marmocchi cenciosi giocavano fin tra le zampe dei cavalli. Grasse massaie si prendevano per i capelli, da una porta all’altra. Un mendicante cantava.

Sulla panca davanti alla scuderia, i carrettieri si riposavano, sghignazzando, mandando giù interi boccali di birra.

Magnaccia, giocatori e ubriaconi sfaccendati; politicanti, pugili in maglietta; buontemponi striminziti, allampanati facchini del porto in tuta. L’interminabile parata della vita dell’East Side sfilava attraverso le porti di vimini del bar di Jack Wolf. La sua capra se ne stava distesa sul marciapiede, masticando una copia della “Police Gazette” con aria sognante.

Le mamme dell’East Side dagli eroici seni spingevano spettegolando le carrozzine coi bambini. I tram a cavallo passavano strepitando. Un calderaio picchiava sul rame. I robivecchi scampanellavano. Turbini di polvere e di giornali. Le prostitute ridevano stridule. Un profeta passava – un robivecchi ebreo dalla lunga barba candida. Monelli ballavano intorno all’organetto. Due vagabondi sonnacchiosi si tenevano su, spalla spalla.

Agitazione, sporcizia, botte, confusione. La voce della mia strada si levava come lo scoppio di una gran carnevalata o di una catastrofe. Quel rumore mi riempiva le orecchie. Lo udivo persino in sogno; ancora oggi ne sento l’eco.

Svegliandomi, al mattino, non ero mai troppo sorpreso se mi trovavo accanto, nel letto, una nuova famiglia di emigranti, insaccati in camice da notte di foggia straniera.

Perlopiù apparivano pallidi, esauriti. Riempivano l’aria dell’odore del disinfettante di Ellis Island. Un fetore che mi nauseava peggio dell’olio di ricino.

In giro per la stanza erano sparsi loro averi: le sacche da viaggio di grossa tela a righe, e i monumentali fagotti, dai quali si intravedevano materassi di piuma, pentole e casseruole, preziosa tela tessuta mano, tovaglie ricamate e curiose giubbe spesse come coperte.

Non c’era casa nell’East Side in cui quei disgraziati non trovassero asilo come nella nostra. L’ospitalità era una cosa naturale, che non si discuteva nemmeno, finché la nuova famiglia non avesse trovato un alloggio conveniente. I nuovi arrivati sedevano a tavola con noi e ci assediavano di interminabili domande sull’America. Riferivano le cattive notizie dal vecchio mondo (erano sempre cattive, le notizie). Sin dal primo mattino, si preoccupavano di come trovare lavoro. Noi insegnamo loro, per prima cosa, a non soffiare sul gas per spegnerlo (c’era anche chi non l’aveva mai visto prima). Camminavano su e giù per le strade del nostro East Side e guardavano i poliziotti e i bar, e non la finivano di meravigliarsi di tutto. Facevano un’infinità di scoperte; chiacchieravano e si comportavano come degli stupidi.

Salivamo al terrazzo, sui tetti; portavamo con noi bottiglie di birra e panini imbottiti di salame e mio padre raccontava, mentre si mangiava e si beveva.

La luna e le stelle si accendevano, nel nero cielo che sovrastava New York. La faccia di mio padre splendeva misteriosa alla luce delle stelle. Egli fumava un sigaro. Dietro le sue spalle, come intagliato nel carbone, si ergeva un fantastico paesaggio di comignoli e grattacieli.

Parlava, e la sua voce era bassa, sicura, magnetica, di un maestro. Egli conosceva il suo potere di suggestione e quando raccontava, lo faceva con una dignità singolare. Ma lassù, sui tetti, coadiuvato dal fascino della luna e delle stelle, il suo incanto cresceva.

[…] e oggi ancora ricordo quelle ore sulla terrazza della nostra casa, sotto il cielo notturno di New York. I grattacieli si ergevano verso la luna, costellati di lunghe luci rosse e bianche come navi gigantesche. Una brezza tropicale soffiava dal mare. E dalla strada saliva il frastuono dell’East Side.

Estate. A fatica si respirava. Tutti i giorni di sole dardeggiava i suoi raggi micidiali. Di notte, vapori si levavano dalle pietre del nostro ghetto come da un bagno turco. Mai un istante di sollievo da quel peso che ci gravava sulla nuca e sul cranio. Tutti stavano male, e i dottori avevano il loro da fare.

In casa degli ebrei, i bimbi piangevano, morivano, e prosperavano le mosche. Tutti erano irritati; l’eco dei litigi saliva super gli sfiatatoi. Se mi svegliavo, nel cuore della notte, ero certo di sentir la casa intera brontolare e rivoltorarsi nelle camere da letto. La gente andava in cerca di un po’ di sonno come di un tesoro. Tutta la notte, spettri dagli occhi infossati vagavano per le strade. Famiglie intere dormivano nei docs, nei giardini pubblici, sui tetti. Il mondo era una fornace.

Nell’East Side, la gente compra dal droghiere un pizzico per volta; tre centesimi di zucchero, cinque di burro, tutto quanto a penny. Il buon pane nero ebraico che sa di mietitura viene tagliato in dodici parti, e si vende a un penny la fetta. Ma quell’inverno, anche i penny scarseggiavano. C’era stato panico a Wall Street; migliaia di persone si trovavano senza lavoro; c’erano scioperi, suicidi, assalti ai negozi di commestibili. Le prostitute erravano per la nostra strada come tante lupe; mai c’era stata tanta rivalità tra di loro.

La vita diventava gelida. Il sole era pallido nel cielo di un grigio mortale. Le strade erano ingombre di neve e di fango. Gli sfratti si contavano a centinaia. La fanghiglia mi penetrava attraverso le scarpe sdrucite. Il vento mi schiaffeggiava il viso; ed ecco, davanti un caseggiato, una catasta di suppellettili: tavoli, sedie, una tinozza piena di stoviglie e coperte da letto, una scopa, una credenza, una lampada. La neve li ricopriva poca poco; e cadeva, quella stessa neve, su un piccolo ebreo con la moglie e i tre bambini, rannicchiati in un gruppo dolente, accanto alle loro poche cose. Avevano messo un piattino su uno dei tavoli. Una vecchia con una sporta borbottava una preghiera nel passare, e lasciava cadere un penny nel piattino. Altri facevano la stessa cosa. Ogni volta, gli sfrattati abbassavano gli occhi vergognosi. Non erano mendicanti, erano persone “perbene”. Ma quando nel piattino fossero caduti abbastanza penny, avrebbero forse potuto avere tanto denaro per prendere in affitto una nuova casa. Ed era, quella, la loro ultima speranza.

Inverno. Abiti pesanti, scarpe forti, carbone, cibo…quante cose costose e indispensabili!

Inverno. Un mendicante cieco nel cortile, e la sua faccia volta al cielo nervoso! Un mendicante che canta il volgare turpiloquio del music hall yiddish. Ha una voce rauca, è paziente, vecchio. La gente gli getta qualche penny dalle finestre, pezzi di pane avvolti in un giornale.

Inverno. Bambini, vecchi, donne s’accapigliano come cani affamati attorno a una casa in costruzione, dove distribuiscono del legname fradicio. La magra vecchietta ebrea che trascina a stento una slitta da bambini carica di legna incespica  e cade; raddrizza le sue vecchie ossa, si asciuga il naso nello scialle e riprende a tirare la corda…

Inverno. I vagabondi che dormono in file sulla segatura del pavimento, nei bar, sembrano pesci morti. Mezzanotte suonata da tempo. In un seminterrato, da uno straccivendolo, cinque vecchi ebrei fanno la cernita degli indumenti, al lume di una lampada. Uno mangia un sandwich.

Inverno. In una casa d’irlandesi, in cucina, c’è un cadaverino avvolto in una tovaglia, sul tavolo. Padre madre siedono uno vicino all’altra, litigano, e ogni tanto s’attaccano alla bottiglia di whisky.

Inverno. Una ragazza italiana giace febbricitante in una stanza. Ha gli occhi gonfi; un fazzoletto bagnato le cinge la fronte. Ma deve guadagnarsi da vivere. Seduta sul letto, lavora fiori artificiali  -gigli, rose e ortensie.

Inverno. Troppi cadaveri aspettano la sepoltura.

Il municipio è costretto a seppellirli a gruppi di tre “per risparmiare tempo e spazio”, dicono i giornali.

Inverno. Battaglia a palle di neve. Prendiamo di mira grassi signori dignitosi in bombetta, Per il gusto di vederli andare su tutte le furie. Facciamo le scivolate; innalziamo falò nella strada, per far arrostire le patate, finché non viene il poliziotto che ci caccia via e spegne il fuoco…

Zero K – Don DeLillo

Del resto ci sarà un motivo se il mio blog si chiama Underworld! A prescindere dai gusti personali e dalle storie più o meno interessanti, DeLillo scrive sempre in modo sublime. Ho estratto alcuni brani dal suo ultimo lavoro “Zero K” (con la traduzione di Federica Aceto), e ogni volta che li rileggo mi sembrano delle poesie, dove il senso del tempo viene alterato…polverizzato.

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Staccò gli occhi dalla tv giusto il tempo per dirmi, girando la testa indietro, qual era il vero nome di mio padre.
Era nato Nicholas Satterswaite. Io fissavo la parete di fronte a me e riflettevo su quel nome. Lo articolai impercettibilmente, muovendo le labbra, diverse volte di seguito. Eccolo steso lì davanti a me, con le brache calate. Era lui il mio vero padre, un uomo che aveva scelto di abbandonare la storia dei suoi antenati, tutte le vite fino ad arrivare alla mia che erano nascoste nelle pieghe delle lettere del suo nome.
Quando si guarda allo specchio quello che vede è la simulazione di un uomo.
Madeline riprese a guardare la tv e io ricominciai a masticare, contando le lettere. Venti nel nome completo, dodici solo nel cognome. Quei numeri non mi dicevano niente – cosa potevano dirmi? Ma io dovevo entrare in quel nome, lavorarlo, conficcarmici dentro. Chi sarei stato con il cognome Satterswaite, e cosa sarei diventato? Allora, all’età di diciannove anni, ero ancora in pieno divenire.
Capivo la lusinga di un nome inventato, emergere da un io-ombra per entrare in un’iridescente finzione. Ma quello era il progetto di mio padre, non il mio. Il cognome Lockhart non mi si adattava per niente. Troppo serrato, troppo stretto. Lockhart, così solido e risoluto, Lockhart, un cognome a tenuta stagna. Un cognome che mi escludeva. Potevo soltanto sbirciarci dentro dall’esterno. Era così che vedevo la questione, in piedi dietro mia madre, mentre ripensavo al fatto che, dopo averlo sposato, lei non aveva preso il cognome Lockhart.
Guardai lo schermo e le chiesi cos’avesse che non andava il nome Nicholas Satterswaite tanto da spingere mio padre a ripudiarlo. Il fatto che fosse troppo indistinto, rispose lei. Il fatto che fosse dimenticabile. Le variazioni nella grafia e forse anche nella pronuncia. Da un isolato punto di vista americano, quel nome non viene da nessuna parte e non va da nessuna parte. E poi, del resto, c’è l’ascendenza anglosassone di quel cognome. La responsabilità che questo implicava. Il modo in cui suo padre aveva usato quel cognome come un riferimento per valutarlo quando era bambino.
In tv c’era un servizio sul traffico, immagini dal vivo di auto che passavano su una superstrada ripresa dall’alto. Quello era il canale che trasmetteva notizie sul traffico ventiquattr’ore su ventiquattro, e dopo un po’, senza audio e con le macchine che comparivano senza sosta sullo schermo per scomparire immediatamente, la scena fluttuava fuori dalla sua banale realtà. Lei guardava lo schermo, io guardavo lo schermo, e la scena si trasformò in un’apparizione. Fissavo il flusso del traffico e contai, una dopo l’altra, otto macchine poi altre dodici, le lettere del vero nome, nome di battesimo e cognome, fino ad arrivare a venti. Ripetei questa cosa diverse volte, otto macchine, poi dodici. Dicevo il suo nome ad alta voce, lettera per lettera, aspettandomi una possibile correzione da parte di Madeline.

Poi arrivò il giorno e l’anno in cui mi cadde l’occhio su una rivista esposta nell’edicola di un aeroporto: Ross Lockhart sulla copertina di “Newsweek” insieme ad altre due divinità della finanza mondiale. Indossava un completo gessato e aveva cambiato pettinatura. Telefonai a Madeline per descrivere le basette da serial killer. Rispose la vicina, la donna col bastone di metallo, il bastone a quattro piedi, e mi disse che mia madre aveva avuto un ictus e che dovevo andare a casa immediatamente.
Nel ricordo, gli attori sono fermi in una determinata posizione, in modo innaturale. Io seduto con un libro o una rivista, mia madre davanti alla tv senza audio.
La vita è fatta di momenti ordinari. Questo è quello che lei sapeva per certo e questo è quanto ho imparato io, in fin dei conti, in quegli anni che abbiamo trascorso insieme. Nessun salto e nessuna caduta. Inspiro la pioviggine dei dettagli del passato e so chi sono. Ciò che prima non riuscivo riconoscere ora mi appare chiaro, filtrato dal tempo, un’esperienza che non appartiene a nessun altro, nemmeno lontanamente, a nessuno, mai. La guardavo passare il rullo per togliere i pelucchi dal suo cappotto di panno. Definisci cappotto, mi dico. Definisci tempo, definisci spazio.

Sono andato nella mia stanza, ho acceso la luce e mi sono seduto in poltrona a pensare. Mi sembrava di aver fatto quelle identiche cose mille volte, la stessa stanza, ogni volta, la stessa persona seduta. Mi sono sorpreso ad ascoltare. Cercavo di svuotare la mente, di ascoltare e basta. Volevo sentire quello che Ben-Ezra aveva descritto, il rumore oceanico di gente che vive, pensa e parla, miliardi di persone, ovunque, che aspettano treni, marciano in guerra, si leccano via il cibo dalle dita. O semplicemente che sono chi sono.
Il brusio del mondo.

Invecchiando, la gente tende ad affezionarsi di più agli oggetti. Credo che sia vero. Cose particolari. Un libro rilegato in pelle, un mobile, una fotografia, un quadro, la cornice che racchiude il quadro. Cose che fanno sembrare permanente il passato. Una palla da baseball con l’autografo di un giocatore famoso morto da tempo. Una semplice tazza da caffè. Cose di cui ci fidiamo. Che raccontano una storia importante. La vita di una persona, di tutti quelli che sono entrati se ne sono andati in quella vita, c’è tanta profondità, tanta ricchezza.

La città sembra appiattita, tutto è a livello della strada, le impalcature, i lavori, le sirene. Guardo il viso delle persone, faccio uno studio istantaneo, senza parole, della persona dentro quel viso, poi mi ricordo di guardare in alto nelle solide geometrie delle strutture, le linee, gli angoli, le superfici. Sono diventato uno studioso dei semafori pedonali. Mi piace attraversare di corsa la strada quando i secondi rossi sul semaforo sono scesi a tre o quattro. C’è sempre un secondo e qualcosina in più tra quando diventa rosso per i pedoni e quando diventa verde per le macchine. Questo è il mio margine di sicurezza e io abbraccio volentieri l’opportunità, attraversando un ampio viale con passo deciso, a volte perfino con una civile corsetta. Sapere che quel rischio non necessario è parte integrante del codice della patologia urbana mi fa sentire fedele al sistema.

Io e lui viaggiavamo da diverse ore, che ormai erano diventate giorni, con una notte passata in un’ambasciata o consolato non so dove. Avevo la sensazione che lui la stesse tirando un po’ per le lunghe, non a scopo di ritardare il suo arrivo e vivere così un giorno in più, ma solo per collocare le cose nella giusta prospettiva.
Quali cose?
La mente e i ricordi, probabilmente. La sua decisione. Il nostro rapporto padre-figlio, trent’anni e passa, tutto ripidi pendii e brusche deviazioni di percorso.
A questo servono i lunghi viaggi. Per vedere quello che c’è dietro, per ampliare la vista, trovare un disegno globale, conoscere le persone, valutare la portata di varie questioni per poi stramaledire o benedire te stesso o dirti, nel caso specifico di mio padre, che avrai la possibilità di fare tutto daccapo, con qualche variazione.

Era uno di quegli autobus che vanno da un capo all’altro della città, da ovest a est; un uomo e una donna seduti vicino all’autista, una donna e un bambino in fondo. Ho trovato posto nel mezzo, avevo gli occhi fissi su niente di preciso, la mente vuota o quasi, quando a un certo punto ho cominciato a notare un bagliore, un’ondata di luce.
Dopo qualche secondo le strade erano sature della luce del giorno morente e l’autobus era il latore di quel momento radioso. Guardavo il luccichio sul dorso delle mie mani. Guardavo e ascoltavo, e sono trasalito nel sentire un gemito umano. Mi sono girato di colpo e ho visto il bambino in piedi davanti al finestrino posteriore. Eravamo in centro, la vista verso ovest era limpida, e lui gemeva e indicava il sole sfolgorante in un equilibrio straordinariamente preciso tra file di alti palazzi. Era uno spettacolo impressionante, quella grossa palla rossastra, in mezzo a tutto quel trambusto urbano, di una potenza notevole; sapevo che esiste un fenomeno naturale che si verifica qui a Manhattan un paio di volte l’anno, in cui i raggi del sole si allineano perfettamente al reticolo delle strade.
Non sapevo come si chiamasse questo fenomeno, ma lo stavo osservando in quel momento e lo vedeva anche il bambino, le cui urla insistenti erano adatte alla circostanza. Il bambino, dal corpo massiccio e la testa enorme, era completamente risucchiato da quella visione.
E poi c’è Ross, di nuovo, nel suo ufficio, l’immagine di mio padre in agguato che mi dice che tutti vogliono possedere la fine del mondo.
È questo ciò che vede il bambino? Mi sono alzato e mi sono avvicinato. Aveva le mani chiuse sul petto, serrate quasi a pugno, morbide e tremanti. Sua madre era seduta in silenzio, guardava insieme a lui. Il bambino ballonzolava sul posto, al ritmo delle sue urla, che erano incessanti e piene di euforia, grugniti prelinguistici. Era terribile l’idea che lui soffrisse di una qualche menomazione, che fosse macrocefalico, mentalmente deficiente, ma quelle grida di stupore erano molto più pertinenti di qualunque parola.
L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra il sole.
Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino.

E. B. White – Volete saper cos’è New York?

A cinque anni dalla nascita di questo blog, eccoci di nuovo on line. Dopo un lungo silenzio dovuto a impegni lavorativi che hanno sottratto tempo alla scrittura ma, fortunatamente, non al vizio della lettura, oggi ricominciamo con una chicca di E. B. White: Volete sapere cos’è New York? Ricominciamo con la nostra città e con un saggio di New Journalism del 1948, qui tradotto da Maria Baiocchi.
Ovviamente molto o tutto è cambiato a New York, ma questo libro parla proprio di questo: il cambiamento. Il ricordo e il movimento. Come ci dice sia White nella sua prefazione che Roger Angell nella sua introduzione: […] Questa è una città che ancora esercita grande fascino sui giovani che arrivano per cominciare, stracolmi di adorazione dalla vicina campagna o dal Mississippi. Stare qui non è mai stato più costoso o più difficile, ma non andrebbero altrove per tutto l’oro del mondo. Forse tra loro ci sono meno poeti, meno giornalisti, e più registi e più super-laureati e più stilisti e curatori di musei in erba, ma ciascuno di loro ha abbracciato New York con la stessa intensa eccitazione che ha spinto qui E. B. White quando era appena stato sfornato dalla Cornell. La stessa eccitazione che poi ha fatto sì che restasse così legato a quel periodo, come vediamo in queste pagine, scritte anni e anni dopo quando, ormai più vecchio, aveva abbandonato per sempre New York. Come tutti non la rivoleva. La rivoleva com’era.

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Prefazione

Questo articolo su New York è nato nell’estate del 1948 durante un’ondata di caldo. Il lettore troverà che certe osservazioni sulla città non reggono più, per via del passare del tempo e dell’oscillare del pendolo. Per stare al passo con New York bisognerebbe essere pubblicati alla velocità della luce e neppure Harper ce la fa. Credo che questo compito spetti al lettore e non all’autore. E sono certo che sarà più un piacere che un dovere.

Fortuna
A chiunque sia interessato a questi strani doni, New York concederà in abbondanza la grazia della solitudine e quella della privacy. […] La capacità di offrire tali doni ambigui è una delle misteriose qualità di New York: può distruggere un individuo oppure soddisfare le aspettative, e questo dipende in gran parte dall’arbitrio della fortuna. Nessuno dovrebbe venire a New York a meno di sentirsi seriamente intenzionato a essere fortunato.

Tre New York
Per semplificare, diciamo che ci sono tre New York. Prima di tutto c’è la New York dell’uomo o della donna nati qui, che danno la città per scontata e ne accettano le dimensioni e la turbolenza come dati naturali e inevitabili. In secondo luogo c’è la New York del pendolare – la città divorata dalle locuste ogni mattina e risputata ogni sera. Infine c’è la New York delle persone nate altrove e venute qui in cerca di qualcosa. Di queste tre città trepidanti la più fantastica è l’ultima: la città che coincide con la destinazione finale, la città che è l’obbiettivo raggiunto. È questa terza città che spiega il carattere eccitante di New York, il suo portamento poetico, la sua passione per l’arte e le sue incomparabili conquiste. I pendolari danno alla città l’eterno movimento delle maree, i newyorkesi di nascita le danno solidità e continuità, ma i nuovi residenti le danno passione. Si tratti di un contadino che arriva dall’Italia per aprire una drogheria in un quartiere povero o di una ragazza giovane che viene da una cittadina del Mississippi per sfuggire all’umiliante invadenza dei suoi vicini o di un ragazzo che arriva dalle vicine campagne con un manoscritto nella valigia e un tormento nel cuore, non fa differenza: ognuna abbraccia New York con l’eccitazione intensa del primo amore, ognuno assorbe New York con gli occhi accesi dallo spirito di avventura, ognuno genera tanto calore e tanta luce da eclissare la Compagnia Elettrica.

New York come poesia
La poesia comprime molto in un piccolo spazio, aggiunge poi il ritmo e così accentua il senso. La città è come la poesia. La città è come la poesia: comprime tutta la vita, tutte le razze in una piccola isola e poi aggiunge la musica e l’accompagnamento dei suoi motori interni. L’isola di Manhattan è senza dubbio il più grande concentrato umano sulla terra. La magia della sua poesia parla a milioni di residenti, ma il suo pieno significato rimarrà sempre inafferrabile.

Verso l’alto
Manhattan è stata costretta a crescere in altezza per mancanza di altre direzioni in cui espandersi. Da questo, più che da qualunque altra cosa, dipende il suo aspetto maestoso. […] Chi vi arriva d’estate – passando sopra l’Hell Gate Bridge e dal finestrino della carrozza letto, mentre scivola oltre le piccionaie e i cortili di Queens, guarda a sud-ovest dove la prima luce del mattino colpisce le guglie d’acciaio degli edifici del centro di Manhattan – avverte, nettissimo, quell’impulso verso l’alto: le grandi pareti e le torri che si ergono, il fumo che sale, il calore che ancora non sale, la speranza e l’eccitazione di tanti milioni di risvegli che salgono – lance vigorose che spingono forte contro il cielo.

Senso di appartenenza
L’isteria collettiva è una forza terribile, eppure i newyorkesi sembrano sempre in grado di sfuggirle per un pelo: se ne stanno chiusi dentro le metropolitane ferme per qualche motivo senza claustrofobia, trovano una via d’uscita dalle situazioni di panico grazie a una battuta di spirito, affrontano la confusione e la congestione con coraggio e pazienza – con una specie di perpetua capacità di cavarsela. Ogni servizio è inadeguato; ospedali, scuole e parchi-gioco sono sempre troppo affollati, le autostrade a scorrimento veloce sono sempre percorse da un traffico febbrile, mentre le strade e i ponti ancora non sottoposti a migliorie sono perennemente ingorgati. Non c’è abbastanza aria né abbastanza luce e per lo più fa troppo caldo o troppo freddo. Ma la città pone riparo alle sue mancanze e ai suoi contrattempi con massicce dosi di una vitamina extra: il senso di appartenere a qualcosa di unico, cosmopolita, potente e senza uguali.

Quartiere nei quartieri
Naturalmente la tipica battuta che sintetizza New York è: “Un posto fantastico dove non vorrei mai vivere”. La gente abituata alla comodità e alla cordialità di avere i vicini dall’altra parte dello steccato, non si renda conto che anche New York vive profondamente inserita in uno schema di quartiere. La città è letteralmente un composito di decine di migliaia di minuscole unità di quartiere. […] Ma la cosa curiosa di New York è che ogni grande area geografica è fatta di innumerevoli piccole unità. Ogni piccolo quartiere è teoricamente autosufficiente, in genere non più lungo di due o tre isolati e non più largo di due. Ogni zona è una città nella città. Così, indipendentemente da dove abiti a New York, troverai una drogheria, un barbiere, un giornalaio, e un lucidascarpe, un carbonaio che vende anche ghiaccio e legna (e dove scrivi il tuo ordine su un blocchetto quando ci passi), un lavasecco e una lavanderia a gettone, un negozio di delicatessen (che ti assicura anche la pronta consegna di birre e panini a qualsiasi ora), un fioraio e un negozio di pompe funebri, un cinematografo e un negozietto che ripara le radio, un cartolaio, una merceria, un sarto, un farmacista, un garage, una sala da tè, un bar, un ferramenta, un’enoteca e un calzolaio. Ogni uno o due isolati, nella maggior parte delle zone residenziali di New York, c’è una piccola strada principale. Si parte per andare a lavoro al mattino e nel giro di pochi metri si sono già fatte una quantità di commissioni; si è comprato il giornale, lasciato un paio di scarpe da risolare dal calzolaio, comprato un pacchetto di sigarette, ordinato una bottiglia di whisky da ritirare rientrando a casa, si è scritto un messaggio alle divinità invisibili del carbonaio e annunciato al lavasecco che un paio di calzoni manca all’appello. Rientrando a casa, otto ore dopo, si compra un mazzo di fiori, una lampadina, una bibita e si fanno lucidare le scarpe, tutto dall’angolo in cui si scende dall’autobus e la porta di casa. Ogni quartiere è talmente completo ed è così forte il senso di appartenenza dei suoi abitanti, che un gran numero di newyorkesi passa la vita in una zona i cui confini sono più piccoli di quello di un piccolo paese. Basta che si allontanino di un paio di isolati dal loro angolo per sentirsi in un paese straniero e stare a disagio fino a che non rientrano.
I negozianti sentono in special modo il problema dei confini di quartiere. Una mia amica di recente si è trasferita da un appartamento all’altro, tre isolati più in là di dove abitava prima. Quando si è ripresentata, il giorno dopo il trasloco, dallo stesso droghiere dove si era servita per anni, il proprietario è andato in estasi. Quasi in lacrime nel vederla le ha detto: “Avevo paura che ora che se n’è andata via non l’avrei più rivista”. Per lui andata via voleva dire essersi allontanata di circa 2 km.

Bowery e Lower East Side
Se cammini per la Bowery sotto la sopraelevata, di notte provi uno sgradevole senso di colpa. Quando ti senti toccare da chi elemosina un decino, lasci cadere la moneta cercando di non sfiorare quella mano, perché è sporca. E cerchi di sfuggire a quello sguardo, perché è uno sguardo accusatorio. Non è tanto una minaccia personale quanto un fatto universale – l’agghiacciante minaccia della sofferenza umana irrisolta, della povertà e degli stadi avanzati dell’alcolismo. Nelle notti d’estate gli ubriachi dormono all’aperto. Il marciapiede un letto gratuito senza pulci. I passanti costeggiano e scavalcano le forme immobili come altrettanti morti in un campo di battaglia. Sulle soglie o in cima alle scalinate delle banche, i barboni dormono dopo la sbornia. Dietro la testa di ognuno, come una sentinella, la bottiglia vuota da cui hanno succhiato quella forma di liberazione. Nell’incavo del braccio stringono la busta di carta con tutto quello che hanno. La guida fanfarona sugli autobus turistici racconta alla gente che questa è la strada delle “anime perse”, ma la Bowery non si considera affatto persa, affronta il problema a modo suo, con tante distillerie di gin, tante case a ore, tanta indifferenza e sempre, alla fine della storia, Bellevue.
Ma basta spostarsi a est di un isolato o due per vedere la scena cambiare nettamente. Nei quartieri più poveri regnano povertà e condizioni abitative abominevoli, ma insieme c’è anche la rassicurante sobrietà e sicurezza della vita in famiglia. Mi dirigo a est, verso Rivington. Qui tutto è allegro, sporco e sovraffollato. I negozietti sono pieni zeppi di cose che traboccano sul marciapiede lasciando ai passanti solo metà del normale spazio. Nella luce cruda delle lampadine senza paralume, luccicano cocomeri e biancheria intima. Intere famiglie hanno abbandonato il caldo soffocante delle loro stanze ai piani superiori e sono scesi in strada. Stanno sul marciapiede, seduti sulle cassette delle arance e fumano, rilassati, simpatici. Questo è il garden-party serale delle famiglie della grande Lower East Side. Gruppetti di gente all’aperto dall’aspetto molto più piacevoli di tanti di quelli che si vedono in campagna, distesi nei prati verdi su sdraio a colori vivaci. Qui c’è qualcosa di allegro tra l’odore dei corpi accaldati e della frutta succosa, con le mosche che svolazzano attorno al sudiciume nei rigagnoli e l’odore di cucina.

Mescolanza
La collisione e la mescolanza di tutti questi milioni di persone nati all’estero appartenenti a tante razze e tante religioni diverse fanno di New York una mostra permanente del fenomeno di un mondo unico. I cittadini di New York sono tolleranti non solo per vocazione ma anche per necessità. Se la città non fosse tollerante esploderebbe in una nube radioattiva di odio, rancore e fanatismo. Se la gente dovesse allontanarsi anche per un attimo dal pacifismo dei rapporti cosmopoliti, la città esploderebbe proiettata nel cielo più in alto di un aquilone. A New York ogni problema razziale cova sotto la cenere, ma la cosa straordinaria non è il problema ma la tregua inviolata.

Profezia
La trasformazione più sottile di New York è qualcosa di cui nessuno parla mai, ma a cui tutti quanti pensano. La città, per la prima volta nella sua lunga storia, è distruttibile. Una singola flotta aerea non più grande di uno stormo di oche può mettere rapidamente fine alla fantasia di quest’isola, bruciare le torri, frantumare i ponti, trasformare le metropolitane in camere a gas, cremare milioni di persone. L’intuizione della sua natura mortale è insita nella New York di oggi: è nel rumore dei jet che ci sorvolano, è nelle testate listate a lutto dell’ultima edizione straordinaria.
Tutti i cittadini sono costretti a convivere con la realtà incontrovertibile dell’annientamento. Per New York si tratta di un dato ancora più violento per via della concentrazione della città stessa e perché, tra tutti i possibili bersagli, New York ha una netta priorità. Nella mente di un qualunque perverso sognatore che voglia lanciare l’attacco, New York deve esercitare un fascino costante, irresistibile.

Il salice
Un isolato o due a ovest della nuova Città dell’Uomo, a Turtle Bay, un vecchio albero di salice vigila su un giardino interno. È un albero malconcio, da tempo malato e troppe volte scalato, tenuto insieme da fili di ferro, ma amatissimo da chi lo conosce. In un certo senso è il simbolo della città: la vita in mezzo alle difficoltà, la crescita a dispetto delle circostanze avverse, la linfa che riesce a salire su dal cemento e il continuo costante puntare verso il sole. Quando lo guardo oggi e sento su di me l’ombra fredda degli aeroplani, penso: “Bisogna salvarlo, salvare questa cosa, salvare proprio questo albero”. Se dovesse finire finirebbe tutto – questa città, questo monumento malefico e meraviglioso. Non vederlo più sarebbe come morire.

Jami Attenberg – Santa Mazie

Per gli appassionati della vecchia New York, della NY degli immigrati e dei barboni, della Grande Depressione e del proibizionismo. Prendendo spunto dal saggio “Mazie”, tratto dalla raccolta Up in the Old Hotel di Joseph Mitchell, Jami Attenberg pesca e re-immagina la storia quasi dimenticata di Mazie Phillips, la Regina della Bowery.
Mazie è parte della storia di New York e in particolare del Lower East Side. Immortalata addirittura dal New Yorker nel ’40 e, alla sua morte nel ’64, ricordata dal New York Times con la dedica di un necrologio: “La bionda platino dalla voce roca che per oltre 65 anni, dall’angusto gabbiotto del Cinema Venice, ha elargito consigli, soldi ed amicizia a ogni derelitto della Bowery”.
Edito da Giuntina con la traduzione di Paola Buscaglione Candela, Santa Mazie parte da un’impalcatura storica per poi proseguire in un’opera di fiction, con le interviste, il diario e l’autobiografia che compongono il romanzo totalmente immaginarie.

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[…] il tizio mi ha detto che era qui per un incarico importante e che non voleva sentirsi dire di no. Voleva che scrivessi un libro sulla mia vita.
Ho detto: “A chi importa la mia vita? Sto qui dentro questo sgabuzzino a vendere biglietti tutto il santo giorno”.
E lui: “Importa a un sacco di gente; è lei che gestisce queste strade”.
[…] Ho detto: “Non sono poi così interessante. Sono i barboni che hanno veramente una storia”.
Lui: “No, loro sono interessanti a causa sua”.
[…] Lui: “Lei ha una storia da raccontare. Non mi sbaglio mai su queste cose. Lei è la regina, racconti dunque la storia del suo regno”.

La gente mi chiede perché passo tanto tempo sulle strade. Le rispondo che è lì che sono cresciuta. Queste strade sono sporche, ma sono casa mia e per me sono belle. I barboni ne conoscono la bellezza, le amano come fosse la loro pelle. Hanno incisi profondamente nelle rughe della fronte, conficcati sotto le unghie, la dannata polvere delle strade, il fango dei parchi dove dormono. Il sole e il sudicio si sono mescolati con il loro sudore e le loro sbornie. Tutto quel sudicio. È la terra. E se non riuscite a vedere la bellezza del sudicio mi dispiace per voi. E se non riuscite a capire perché queste strade sono speciali, allora andatevene diritti a casa vostra.

Da un punto di vista storico, il completamento della stazione della metropolitana di Coney Island è stato di grande importanza. Come ho detto prima, a vivere a Coney Island erano soprattutto persone di classe medio-alta, anche se non vi abitavano stabilmente. Ma quando la metropolitana fu completata, subito fu possibile accedere con facilità alla spiaggia e quindi nei fine settimana si verificava un’invasione di persone appartenenti alla classe operaia. È questo l’argomento che viene più studiato, l’impatto del treno sulla composizione sociale di New York City.
Però lei ha ragione, c’è stato anche un effetto opposto; anche se non è questo l’argomento che viene studiato, non vuol dire che non sia importante. Ora chi viveva a Coney Island poteva recarsi nel centro con maggiore comodità. I treni hanno cambiato tutto. I treni, ma anche gli aerei e le automobili e, già che ci siamo, anche i telefoni. Radio! Film a colori! Televisione! Computer! Medicine e armi. Inquinamento. Skate-boards. Preservativi. Bikini. Libri. Riviste. Elezioni. Pornografia. Lampadine. Potrei continuare. Ogni cosa cambia tutto. Ogni cosa intorno a noi è un pezzo di storia. Ogni invenzione, ogni rispettiva reazione. Ogni guerra, ogni sconfitta. C’è sempre una traccia.

Adoro ogni piccolezza che riguarda il treno che prendo per andare al lavoro. Mi sento leggera, appoggiata al cuscino dei sedili di giunco colore paglierino, mentre i ventilatori appesi al soffitto mi cospargono d’aria. Il treno ci fa dondolare a un ritmo piacevole. I bimbetti abbandonano la testina sul petto della mamma. Mi sorprendo a sorridere come una scema, sul treno. L’odore dell’olio bruciato mi fa sentire un po’ gagliarda, anche se so che può sembrare strano. Nessuno, fra quanti sono intorno a me, sanno cosa questo significhi per me, cosa significhi per una ragazza una corsa da cinque centesimi. Cambia il suo mondo per sempre.

Cosa mi fa molto male, pensando a questi barboni, è che loro muoiono, e che una volta morti è come se non fossero mai esistiti sulla verde terra di Dio. Qualcuno li ha conosciuti un tempo, una madre, un padre, un medico, un compagno, qualcuno sapeva come si chiamavano. Ma ora si conoscono solo fra loro e un po’ per volta verranno dimenticati, più velocemente di quanto avrebbero voluto, forse. E ognuno desidera essere ricordato, vero? Ognuno desidera che anche una piccola parte di sé resti dopo la morte. Beh, io li ricordo, li ricordo tutti. Forse, quasi per tutti saranno nessuno, ma per me sono stati qualcuno. Io conoscevo tutti i loro nomi. I nomi di ciascuno. Li conoscevo.

Tutto quello di cui avevo bisogno era il mio bastone da passeggio e la mia torcia, e io mi sentivo al sicuro: nessuno mi avrebbe toccato, nessuno mi avrebbe fatto del male, tutti conoscevano il mio nome, sapevano che ero lì per aiutarli. La maggior parte di loro non avevano cattive intenzioni, solo non avevano una casa.

Solo per un attimo ho pensato di aver bisogno che qualcuno sapesse quello che io sapevo, ma ora posso capire che mi sbagliavo. Già prima mi sbagliavo. Ho già parlato della mia vita ha un numero sufficiente di persone. Ne ho scritto abbastanza in queste pagine. È già sufficiente che le cose siano successe, che io sia sopravvissuta. È sufficiente che abbia un letto caldo dove dormire la notte. Ho avuto abbastanza, ho avuto più che abbastanza.

Una volta qualcuno li ha amati, questo è tutto quello che avete bisogno di sapere.

Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare

Un corto romanzo incalzante, ritmico, corale e ipnotico, che porta alla luce degli aspetti poco noti dell’immigrazione giapponese negli Stati Uniti e delle ripercussioni dell’attacco di Pearl Harbour su quest’ultimi. Grazie alla lucida prosa della Otsuka e alla splendida traduzione di Silvia Pareschi. Emozionante e commovente.

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Sulla nave avevamo con noi, tutto quello che ci sarebbe servito per la nostra nuova vita: kimono di seta bianca per la prima notte di nozze, kimono di cotone colorato da indossare tutti i giorni, kimono di cotone tinta unita per la vecchiaia, pennelli da calligrafia, grosse barrette di inchiostro nero, sottili fogli di carta di riso sui quali scrivere lunghe lettere a casa, minuscoli Budda di ottone, statuette d’avorio del dio volpe, bambole con le quale dormivamo dall’età di cinque anni, sacchetti di zucchero grezzo per comprare favori, trapunte di stoffa a colori vivaci, ventagli di carta, manuali di conversazione inglese, sciarpe di seta a fiori, lisce pietre nere del fiume che scorreva dietro casa nostra, una ciocca di capelli di un ragazzo che una volta avevamo toccato, e amato, e al quale avevamo promesso di scrivere pur sapendo che non l’avremmo mai fatto, specchi d’argento che ci aveva regalato nostra madre, le cui ultime parole ci risuonavano ancora nelle orecchie. Vedrai: le donne sono deboli, ma le mappe sono forti.

Sulla nave non potevamo immaginare che avremmo sognato nostra figlia ogni notte fino al giorno della nostra morte, il che nel sogno avrebbe sempre avuto tre anni come l’ultima volta che l’avevamo vista: una figura minuscola con un kimono rosso scuro accovacciata ai margini di una pozzanghera, incantata davanti a un’ape che galleggiava sull’acqua.

Sulla nave non potevamo sapere che quando avremmo visti i nostri mariti non li avremmo riconosciuti. Che tutti quegli uomini in berretto di maglia e cappotto nero sdrucito che ci aspettavano giù sul molo sarebbero stati così diversi dai bei giovanotti delle fotografie. Che le fotografie che ci avevano mandato erano vecchie di vent’anni. Che le lettere che ci avevano scritto erano state scritte da altri, professionisti della bella calligrafia che di mestiere raccontavano bugie e conquistavano cuori. Che nel sentir gridare i nostri nomi dalla terra ferma, una di noi si sarebbe girata coprendosi gli occhi – Voglio tornare a casa – ma tutte le altre avrebbero abbassato la testa, si sarebbero lisciate la gonna del kimono e sarebbero scese dalla passarella per uscire nel giorno ancora tiepido. Questa è l’America, ci saremmo dette, non c’è nulla di cui preoccuparsi. E ci saremo sbagliate.

La prima parola della loro lingua che ci venne insegnata fu: “acqua”. Gridalo forte, ci dissero i nostri mariti, quando cominci a sentirti debole in mezzo i campi. “Impara questa parola” dissero, “e ti salverà la vita”. La imparammo quasi tutte, ma una di noi – Yoshiko, che era stata allevata dalle balie dietro le alte mura dei cortili di Kobe e non aveva mai visto un’erbaccia in vita sua – non la imparò. Andò a letto dopo il primo giorno al Marple Ranch e non si svegliò più. “Credevo stesse dormendo” disse suo marito. “Colpo di calore” gli spiego il boss. Un’altra di noi era troppo timida per gridare e preferì inginocchiarsi a bere da un canale d’irrigazione. Sette giorni dopo era divorata dalla febbre tifoide. Altre parole che imparammo in fretta: “Va bene” – quello che diceva il boss quando era soddisfatto del nostro lavoro – e “Vattene a casa” – quello che diceva quando eravamo troppo goffe o lente.

Stai lontana da loro, ci avvisavano. Avvicinati con cautela, se proprio devi. Non credere a tutto quello che ti dicono, ma impara a osservarli attentamente: le mani, gli occhi, gli angoli della bocca, le alterazioni improvvise del colore della pelle. Presto sarai in grado di decifrarli. Però stai attenta a non fissarli. Col tempo ti abituerai alla loro mole. Aspettati il peggio, ma non stupirti dei loro momenti di gentilezza. La bontà esiste dappertutto. Ricordati di metterli a loro agio. Sii umile. Sii gentile. Mostrati desiderosa di accontentarli. Di’ solo “Sissignore”, o “Nossignore”, e fai quello che ti ordinano. Meglio ancora, non dire niente del tutto. Adesso appartieni al mondo invisibile.

Di giorno lavoravamo nei loro campi e frutteti, ma ogni notte, durante il sonno, tornavamo a casa. A volte nel sogno eravamo di nuovo al villaggio, che facevamo correre un cerchio di metallo lungo la via dei Ricchi Mercanti con il nostro bastone biforcuto preferito. Altre volte giocavamo a nascondino nel canneto in riva al fiume. E ogni tanto vedevamo qualcosa passare sull’acqua. Un nastro di seta rossa che avevamo perso anni prima. Un uovo screziato di blu. Il cuscino di legno di nostra madre. Una tartaruga che se ne era andata da casa nostra quando avevamo quattro anni. A volte eravamo in piedi davanti allo specchio insieme alla nostra sorella maggiore, Ai – un nome che poteva significare “amore” o “dolore”, a seconda di come lo si scriveva – che ci stava intrecciando i capelli. “Stai ferma!” diceva. E tutto era come doveva essere. Ma al risveglio ci ritrovavamo sdraiate accanto ad un estraneo, in una terra estranea, dentro una baracca calda e affollata piena di brontolii e sospiri altrui. A volte quell’uomo addormentato allungava verso di noi le mani grosse e nodose, e noi cercavamo di non scostarci. Tra dieci anni sarà vecchio ci dicevamo. A volte apriva gli occhi alle prime luci dell’alba e ci vedeva tristi, e allora ci prometteva che le cose sarebbero andate meglio. E anche se poche ore prima gli avevamo detto: “Ti detesto”, mentre ci montava sopra ancora una volta al buio, lasciavamo che ci consolasse, perché avevamo solo lui. A volte ci guardava senza vederci, ed erano sempre i momenti peggiori. Qualcuno almeno saprà che sono qui?

La maggior parte di loro ci notava appena. C’eravamo quando avevano bisogno di noi, e quando non servivamo più, puf, scomparivamo. Restavamo sullo sfondo, strofinando in silenzio i loro pavimenti, lucidando i loro mobili, lavando i loro bambini, pulendo le parti delle loro case che solo noi riuscivamo a vedere. Parlavamo di rado. Mangiavamo poco. Eravamo gentili. Eravamo buone. Non creavano mai problemi e lasciavamo che ci trattassero come volevano. Lasciavamo che ci lodassero quando erano contente di noi. Lasciavamo che urlassero quando erano arrabbiate. Lasciavamo che ci regalassero cose che non volevamo, o che non ci servivano. Se non prendo quel vecchio maglione mi accuserà di essere troppo orgogliosa. Non le importunavamo con le nostre domande. Non obiettavamo né protestavamo. Non chiedevamo mai l’aumento. Perché eravamo quasi tutte ragazze semplici, campagnole che non parlavano l’inglese e sapevano che in America il loro destino era sfregare lavandini e lavare i pavimenti.

Di tanto in tanto uno dei loro uomini ci invitava a scambiare due chiacchiere nel suo studio mentre la moglie era fuori a far compere, e noi non eravamo capaci di rifiutare. “Va tutto bene?” ci chiedeva. Di solito abbassavano lo sguardo rispondevamo che sì, certo, andava tutto benissimo, anche se non era vero, ma quando lui ci sfiorava la spalla e ci chiedeva se eravamo sicure, non sempre ci costavamo. “Non lo saprà nessuno” ci diceva. Oppure: “Stasera mia moglie tornerà tardi”. E quando ci portava di sopra e ci faceva sdraiare sul letto – lo stesso letto che avevamo rifatto quella mattina – scoppiavamo a piangere, perché da molto tempo nessuno ci stringeva più fra le braccia.

Una di noi commise l’errore di innamorarsi di lui, e lo pensa ancora giorno e notte. Una di noi confessò tutto a suo marito, che la picchiò con un manico di scopa e poi si buttò a terra in lacrime. Una di noi confessò tutto a suo marito, che divorziò da lei e la rimandò dai genitori in Giappone, dove adesso lavora dieci ore al giorno in un setificio di Nagano. Una di noi confessò tutto a suo marito, che la perdonò e le confessò a sua volta i propri peccati. Ho un’altra famiglia sua Colusa. Una di noi non disse niente a nessuno e perdette lentamente la ragione. Una di noi scrisse a casa per chiedere consiglio a sua madre, che sapeva sempre cosa fare, ma non ricevette mai risposta. Questa volta dovrò cavarmela da sola. Una di noi indossò il kimono nuziale di seta bianca, si riempì le maniche di pietre ed entrò in mare, e noi preghiamo ancora per lei ogni giorno.

Quando uscivamo da Japantown e giravamo per le strade larghe e pulite delle loro città, cercavamo di non attirare l’attenzione. Ci vestivamo come loro. Camminavamo come loro. Badavamo a non spostarci in gruppi numerosi. Ci facevamo piccole per loro – se rimani al tuo posto ti lasciano in pace – e ci sforzavamo di non offenderli. E tuttavia ci rendevano la vita difficile. I loro uomini battevano i nostri mariti sulla schiena gridando “Chiedo perdono!”, colpi da far volar via il cappello. I loro bambini ci tiravano i sassi. I loro camerieri ci servivano sempre per ultimi. Le loro maschere ci accompagnavano di sopra, nelle seconde balconate dei loro teatri, e ci assegnavano sempre i posti peggiori. Il paradiso dei negri, lo chiamavano. I loro barbieri si rifiutavano di tagliarci capelli. Troppo grossi per le nostre forbici. Le loro donne ci chiedevano di scostarci se ci avvicinavamo troppo sul tram. “Mi scusi tanto” rispondevamo, e ci spostavamo sorridendo. Perché l’unico modo per resistere, ci avevano insegnato i nostri mariti, era non opporre resistenza. In genere, però, restavamo a casa, a Japantown, dove ci sentivamo al sicuro fra noi. Imparammo a vivere tenendoci a distanza da loro, ed evitandoli il più possibile.

Li posavamo, con delicatezza, dentro solchi e canali e ceste di vimini sotto gli alberi. Li lasciavamo nudi sopra coperte e stuoie di paglia ai margini dei campi. Li sistemavamo dentro le cassette delle mele e li allattavamo ogni volta che finivamo di sarchiare una fila di fagioli. Quando crescevano, e diventavano più vivaci, a volte li legavamo alle sedie. Ce li caricavamo sulla schiena e uscivamo potare le vigne a Redding nel cuore dell’inverno, ma certe mattine faceva così freddo che le loro piccole orecchie gelavano e sanguinavano. All’inizio dell’estate, a Stockton, li lasciavamo in qualche canalone nei dintorni mentre raccoglievamo e insaccavamo le cipolle e cominciavamo a raccogliere le prime prugne. Davamo loro dei bastoncini con cui giocare in nostra assenza, e ogni tanto li chiamavamo per avvisarli che c’eravamo ancora. Non disturbare il cane. Non toccare le api. Non allontanarti o farai arrabbiare papà. Ma quando si stancavano e cominciavano a piangere, noi continuavamo a lavorare, perché altrimenti non saremmo riuscite a pagare l’affitto del terreno. La mamma non può venire. E dopo un po’ la loro voce si affievoliva e il loro pianto cessava. E alla fine della giornata, quando non c’era più luce nel cielo, andavamo a svegliarli là dove si erano addormentati e gli toglievamo la terra dai capelli. È ora di andare a casa.

Spesso li perdevamo presto, soprattutto in campagna. Difterite e morbillo. Tonsillite. Tosse asinina. Misteriosi infezioni che provocavano cancrene da un giorno all’altro. Uno di loro venne morso da un ragno nero velenoso nella baracca del gabinetto e si buscò la febbre. Uno si prese un calcio nello stomaco dal nostro mulo grigio preferito. Una scomparve mentre selezionavamo le pesche nel capanno dell’imballaggio, e anche se la cercammo sotto ogni roccia e ogni albero non riuscimmo a trovarla, e da quel giorno non fummo più le stesse. Ho perso la voglia di vivere. Uno volo giù dal furgone mentre portavamo il rabarbaro al mercato, e cadde in un coma dal quale non si svegliò più. Una venne rapita da un raccoglitore di pere di un frutteto vicino, del quale avevamo più volte rifiutato le avance. Avrei dovuto dirgli di sì. Un’altra rimase terribilmente ustionata nell’esplosione della distilleria clandestina dietro il granaio, e sopravvisse un solo giorno. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: “Mamma, non dimenticarti di guardare il cielo“. Alcuni annegarono. Uno nel Calaveras River. Uno nel Nacimiento. Uno in un canale d’irrigazione. Uno dentro una vasca per il bucato che non avremmo dovuto lasciar fuori di notte. E ogni anno, in agosto, per la Festa dei morti, accendevamo lanterne bianche sulle loro tombe e davamo il benvenuto ai loro spiriti che tornavano sulla terra per un giorno. E alla fine di quel giorno, quando dovevano ripartire, affidavamo le lanterne di carta al fiume perché li riportasse sani e salvi a casa. Perché adesso erano Budda, e risiedevano nella Terra della Beatitudine.

“Quando non ci sarò più” ci dicevano i nostri mariti. Noi replicavamo:”Se”. Loro continuavano: “Ricordati di dare la mancia al venditore di ghiaccio”. E: “Saluta sempre i clienti con il loro nome quando entrano in negozio”. Ci dissero dove trovare i certificati di nascita dei ragazzi, e quando chiedere a Pete giù all’officina di ruotare le gomme del furgone. “Se finisci soldi” ci dicevano, “Vendi il trattore”. “Vendi la serra”. “Liquida tutta la merce del negozio”. Ci ricordavano di badare al portamento – Spalle dritte – e di non permettere ai ragazzi di trascurare i loro doveri. Dicevano: “Tieniti in contatto con il signor Hauer dell’Associazione dei coltivatori di fragole. È una conoscenza utile, e magari potrà darti una mano”. Dicevano: “Non credere a niente di quello che senti dire su di me”. E: “Non dire una parola ai vicini”. Dicevano: “Non preoccuparti per i topi nel sottotetto. Me ne occuperò al mio ritorno”. Ci ricordavano di portare con noi la carta d’identità per stranieri ogni volta che uscivamo da casa, e di non discutere in pubblico della guerra. Se tuttavia ci veniva chiesta un’opinione, dovevamo condannare l’attacco ad alta voce, in tono inappellabile. “Non scusarti” ci dicevano. “Parla solo in inglese”. “Reprimi l’impulso di inchinarti”.

Nei vigneti le viti si coprivano di germogli verde chiaro, e nelle valli i peschi fiorivano sotto limpidi cieli azzurri. Chiazze di senape selvatica giallo vivo sbocciavano nei canyon. Le allodole volavano giù dalle colline. E uno dopo l’altro, in città e paesi lontani, i nostri figli e le nostre figlie più grandi lasciarono l’impiego, abbandonarono la scuola e cominciarono a tornare a casa. Ci aiutarono a trovare qualcuno che rilevasse le nostre lavanderie a Japantown. Ci aiutarono a trovare nuovi gestori per i nostri ristoranti. Ci aiutarono ad appendere cartelli nei nostri negozi. “Comprate adesso”. “Sconti!” “Si liquida tutto”. In campagna si infilarono la salopette e ci aiutarono con i preparativi per l’ultimo raccolto, Perché ci era stato ordinato di coltivare i campi fino a l’ultimo momento. Era il nostro contributo allo sforzo bellico, ci era stato detto. Un’occasione per dimostrare la nostra lealtà. Un modo per fornire frutta verdura fresca alla gente impegnata sul fronte interno.

Le foglie degli alberi continuavano ad agitarsi nel vento. I fiumi continuavano a scorrere. Gli insetti ronzavano nell’erba come sempre. Le cornacchie gracchiavano. Il cielo non cadde. Nessun Presidente cambiò idea. La gallina nera preferita di Mitsuko chiocciò una volta e depose un tiepido un uovo marrone. Una prugna verde cadde dall’albero prima del tempo. I nostri cani ci rincorsero con una palla in bocca, bramosi di un ultimo lancio, e per una volta ci toccò respingerli. Vai a casa. I vicini ci sbirciavano dalla finestra. Le macchine strombazzavano. Gli sconosciuti ci fissavano. Un bambino in bicicletta ci salutò con la mano. Un gatto spaventato si precipitò sotto il letto in una delle nostre case quando i saccheggiatori cominciarono ad abbattere la porta. Tende strappate. Vetri infranti. Piatti di nozze in frantumi. Noi sapevamo che era solo questione di tempo prima che ogni nostra traccia venisse cancellata.

Alcuni di noi partirono piangendo. E alcuni di noi partirono cantando. Una di noi partì coprendosi la bocca con la mano e ridendo istericamente. Qualcuno quasi ubriaco. Altri partirono in silenzio, a testa bassa, pieni di imbarazzo e vergogna. C’era un vecchio di Gilroy che partì in barella. C’era un altro vecchio – il marito di Natsuko, un barbiere in pensione di Florin – che partì sulle stampelle, con un berretto dell’American Legion calcato in testa. “Nessuno vince guerra. Tutti perde” disse. Quasi tutti partirono parlando solo in inglese, per non irritare le folle che si erano radunate per vederci andar via. Molti di noi avevano perso tutto e partirono senza dire niente. Tutti partimmo con una targhetta d’identificazione bianca legata al colletto o al bavero. C’era una neonata di San Leandro che partì assonnata, con gli occhi semichiusi, dentro una cesta di vimini dondolante. Sua madre – la figlia maggiore di Shizuma, Naomi – paratì ansiosa ma elegante in gonna di lana grigia e decolletè di coccodrillo nere. “Credi che laggiù avranno il latte?” Continuava a chiedere. C’era un bambino di Oxnard in calzoncini corti che partì domandandosi se ci fossero le altalene.
[…] Masayo partì dopo aver salutato il figlio più piccolo, all’ospedale di San Bruno, dove sarebbe morto di orecchioni alla fine della settimana. Hanako partì preoccupata per la sua tosse, ma era solo raffreddata. Matsuko partì con il mal di testa. Toshiko partì con la febbre. Shiki partì in trance. Mitsuyo partì con la nausea, inaspettatamente incinta per la prima volta all’età di quarantotto anni. Nobuye partì chiedendosi se avesse staccato la spina del ferro che aveva usato quel mattino per ripassare le pieghe che la camicetta. “Devo tornare indietro” disse a suo marito, che guardava fisso davanti a sé e non gli rispose. Tora partì con una malattia venerea che aveva contratto durante la sua ultima notte al Welcome Hotel. Sachiko partì esercitandosi con l’abc come se fosse un giorno uguale agli altri. Futaye, quella con il vocabolario più ricco, partì senza parole. Atsuko partì con il cuore infranto dopo aver detto addio agli alberi del suo frutteto. Li ho piantati che erano alberelli. Miyoshi partì struggendosi per il suo grande cavallo, Ryuu. Satsuyo partì cercando i suoi vicini, Bob e Florence Eldridge, che avevano promesso di andare a salutarla. Tsugino partì con la coscienza pulita, dopo aver gridato dentro un pozzo il terribile segreto che custodiva da tempo. Ho riempito di cenere la bocca del bambino e l’ho fatto morire.

I giapponesi sono scomparsi dalla nostra città. Le loro case sono sprangate e vuote. Le loro cassette della posta cominciano a traboccare. Verande sbilenche e giardini sono cosparsi di giornali non ritirati. Nei loro vialetti si vedono macchine abbandonate. Nei loro praticelli spuntano folti intrighi di erbacce. I tulipani appassiscono nei giardini dietro le loro case. I gatti vagano randagi. Gli ultimi carichi di biancheria sono ancora appesi ad asciugare. In una delle loro cucine – quella di Emi Saito – un telefono nero continua a squillare.

Pian piano, in varie cassette delle lettere sparse per la città, cominciano ad arrivare le prime lettere dei giapponesi. Un ragazzino in Sycamore Street riceve un breve messaggio di Ed Ikeda, che era stato il più veloce scattista della scuola media Woodrow Wilson. Bene, eccoci qui al centro di raccolta. Non ho mai visto tanti giapponesi vita mia. Alcuni non fanno altro che dormire tutto il pomeriggio. Una bambina in Mulberry Street riceve notizie della sua ex compagna di classe, Jan. Ci terranno qui ancora un po’ e poi ci manderanno al di là delle montagne. Spero che mi scriverai presto. La moglie del sindaco riceve una breve cartolina dalla sua fedele domestica, Yuka, che era comparsa alla sua porta due giorni dopo lo sbarco dalla nave. Non si dimentichi di stendere all’aria le coperte alla fine del mese. La moglie dell’assistente del pastore della Chiesa Metodista Unita aprì una lettera indirizzata suo marito, che comincia: Caro, sto bene, e tutto il suo mondo si oscura di colpo. Chi è Hatsuko? Tre isolati più in là, in una casa gialla in Walnut Street, un bambino di nove anni legge una lettera del suo miglior amico, Lester – Ho lasciato il mio maglione nella tua stanza? – e per tre notti di fila non riesce più a dormire.

Adesso parliamo poco di loro, o non ne parliamo affatto, anche se di tanto in tanto continuiamo a ricevere notizie dall’altro versante della montagna – intere cittadine giapponesi sono sorte nel deserto del Nevada e dello Utah, in Idaho i giapponesi vengono impiegati per raccogliere le barbabietole, e in Wyoming alcuni bambini giapponesi sono stati visti uscire da una foresta al crepuscolo, tremanti e affamati. Ma sono solo dicerie, non è detto che siano vere. Sappiamo solo che i giapponesi sono da qualche parte là fuori, in un posto o nell’altro, e probabilmente non li incontreremo mai più in questo mondo.

William Gaddis – JR

Terminato il “mostro”. Era qualche mese che avevo questa ciclopica opera nella pila dei libri da leggere, ma ogni volta che mi appropinquavo nelle scelta di un nuovo libro, lo prendevo, lo pesavo, lo sfogliavo, ma poi la mia scelta ricadeva sempre su un altro titolo. Sarà per la lunghezza o per l’aura di difficoltà che ammanta la scrittura di William Gaddis, anche soprannominato Mr. Difficult. Devo dire che in effetti il libro non risulta una lettura semplice ne tantomeno estremamente rilassante, ma è anche vero, come dice Tommaso Pincio nella sua interessante introduzione al testo, che la sostanza del libro è molto chiara e diretta.
Io ho seguito il consiglio di Tommaso e mi sono lasciato ipnotizzare e condurre nei fiumi di dialoghi, origliando qui e là ciò che ritenevo più importante, interessante e divertente.
Di seguito alcuni estratti dall’introduzione di Tommaso Pincio e dal romanzo edito da Alet e tradotto da Vincenzo Mantovani.images.jpeg

“Moneta…?” con una voce che era un fruscio.
“Carta, sì.”
“E non l’avevamo mai vista. Cartamoneta.”
“Non avevamo mai visto cartamoneta prima di venire qui sulla costa orientale.”
“Aveva un aspetto così strano la prima volta che l’abbiamo vista. Senza vita.”
“Nessuna avrebbe detto che valeva qualcosa.”
“No, dopo aver sentito il tintinnio degli spiccioli di nostro padre.”

Per il lettore la vera complicazione non consiste però nel ginepraio di casa Bast, bensì nel modo in cui William Gaddis descrive l’esilarante dialogo tra l’avvocato e le due sorelle. Tranne occasionali intromissioni, lo scrittore lascia i personaggi alle loro chiacchiere. Si limita a riportarne pedissequamente le parole non preoccupandosi di specificare dove, quando e da chi vengono pronunciate. Non si cura nemmeno di limare o emendare in alcun modo gli errori di sintassi, le ripetizioni, le frasi lasciate a metà, le tante incongruenze tipiche del parlato. E non lo fa per poche pagine; mantiene il registro per le novecento e passa pagine del romanzo, che si presenta dunque come una gigantesca trascrizione di cose dette il cui senso rischia costantemente di andare perduto. Un’aura speciale ammanta il nome di Willam Gaddis, anche noto come Mr. Difficult.
Venire a capo di JR non è certo una passeggiata, tuttavia gli ostacoli maggiori possono essere agevolmente superati se ci si dispone a leggerlo alla maniera in cui un investigatore ascolta un’intercettazione ambientale, discernendendo in un mare di parole, all’apparenza futili e confuse, le informazioni per farsi un quadro mentale del contesto.
Nei romanzi tradizionali, la voce cui prestiamo davvero ascolto è in sostanza una: quella narrante. JR è un trionfo di voci, manca però una voce narrante di qualsivoglia natura che cavi una storia dal continuo chiacchiericcio.
I romanzi sollecitano costantemente la nostra capacità di immaginare luoghi e persone, colori e sapori, profumi e sensazioni. Di fatto, quando leggiamo un romanzo, noi vediamo. Con i soli occhi della mente, ma vediamo. Origliare una conversazione o ascoltare una voce al telefono, come capita in JR, ci lascia invece al buio. Udiamo un suono che proviene da un altrove, ma i nostri occhi vedono soltanto il luogo in cui già ci troviamo. In teoria, nulla ci vieterebbe di immaginare chi c’è all’altro capo della linea e da dove ci parla, ma immaginare nelle condizioni di JR- senza una guida, senza qualcuno che ci dica cosa vedere – è assai più difficile. Le immagini si fanno più astratte perché tutto ciò che abbiamo è una voce senza corpo. Abbiamo parole che restano parole e, come si dice, verba volant.
JR è forse il più grande romanzo sul denaro di tutti i tempi nonché quello che meglio ha espresso il cuore della cultura americana. Gli Stati Uniti hanno da sempre un rapporto speciale con la cartamoneta.
JR porta il nome del suo protagonista, JR Vansant, un ragazzino undicenne trascurato dai genitori. Nel corso di una gita scolastica, dopo aver origliato una conversazione in un gabinetto, il fanciullo si vede impartire la seguente lezione di vita da un certo John Cates, zio della sua insegnante, Amy Joubert: “il denaro è credito” e “il trucco consiste nel far lavorare per te i soldi degli altri”. JR lo prende alla lettera.
In breve tempo diventa un magnate della finanza, uno che ha cercato la felicità e l’ha trovata, un autentico self-made man o, per meglio dire, un ometto che si è fatto da sé.
Non c’è nulla di geniale in questo. A premiarlo è la semplice brama di ottenere molto con poco. È pura e semplice avidità. Quando i giornali cominciano a magnificare la vita del nuovo attore del mondo finanziario, JR comincia a crederci, pensa davvero di essere una persona brillante, salvo poi domandarsi perché mai tutti lo biasimino nel momento in cui il suo impero di carta crolla miseramente. La “sciarada del cosiddetto libero mercato”, come la chiama Gaddis, fa leva su pulsioni tutto sommato elementari, se non infantili. L’ansia di arraffare non rappresenta certo un segno di sofisticazione filosofica, piuttosto è vero il contrario. Non a caso Freud vedeva nell’attrazione per il denaro un residuo del piacere che il bambino ricava dalla defecazione.
Oltre a essere un piccolo uomo in molti sensi, JR è anche un piccolo protagonista. Benché dia il titolo al romanzo, le scene in cui compare sono relativamente poche. Non potrebbe essere altrimenti visto che per operare suoi affari è costretto a celare la propria età mediante vari stratagemmi come camuffare la voce al telefono. La latitanza del protagonista fa il paio con l’assenza di una voce narrante.
Un peso fondamentale nell’intreccio dei vari destini lo ha la scuola frequentata dal ragazzino, un parossistico istituto the Long Island che ha un banchiere per preside e televisori quali supplenti del corpo insegnante. Qui gli alunni vengono forgiati per diventare docili lavoratori e consumatori entusiasti. Finanche materie come la fisica offrono lo spunto per infondere l’insano principio che il mondo è qualcosa di inerte che acquista senso solo sfruttandone le risorse. I distorti valori di una scuola che esalta il perseguimento del profitto con ogni mezzo necessario potrebbero essere combattuti da aspirazioni più nobili e spirituali quali, per esempio, l’espressione artistica.
La decisione annunciata da Nixon del 1971 fu una chiave di volta. La sospensione della convertibilità obbligava di fatto gli altri paesi a sostenere la moneta statunitense perché a essa erano legate le loro valute, ma aveva anche un profondo significato simbolico. Eliminare l’oro dal quadro monetario era come uccidere Dio, al suo posto si erse il sistema fluttuante cui fece seguito la gestione elettronica delle transazioni che avrebbe reso il denaro ancora più impalpabile della carta. La tendenza a parlare di libero mercato con accenti che in passato erano appannaggio esclusivo di Dio divenne ben presto prevalente. Divenne opinione comune che il mercato – in quanto creatura dotata di onniscienza, onnipresenza e onnipotenza – è il migliore medico di se stesso e deve pertanto essere lasciato libero di agire senza alcuna interferenza morale e politica; un’idea che avrebbe trovato il suo naturale sbocco nel decennio successivo con la voodoo economics di Ronald Reagan. A tal proposito è interessante notare che fu proprio Reagan a fare di “God bless America” uno slogan ricorrente nella politica.
Con il senno di poi, è scontato attribuire a JR i crismi del romanzo profetico. Gaddis era però consapevole della propria preveggenza in tempi non sospetti; lo dimostra il sottotitolo cui aveva pensato in un primo momento: a novel about futures, ovvia e ironica allusione agli strumenti derivati della finanza. La sua principale preoccupazione restava tuttavia il presente, l’imbarbarimento già in atto di una mercificazione dilagante capace di trasformare in beni di consumo qualunque cosa, a cominciare dall’arte.
JR ruota tornata denaro e tende alla smaterializzazione, esattamente come l’arte del suo tempo. Va detto, però, che Gaddis aveva anticipato tutto ciò nel romanzo d’esordio Le perizie.
Molti dei temi ricorrenti in JR – la perdita d’identità, l’incessante mercificazione e la pervasività della rappresentazione mediatica – sono genericamente riconducibile alla cultura postmoderna. Ma prima ancora di questo sono lo specchio del clima di un’epoca. Gli anni ’70 furono una stagione di mezzo nella quale la preoccupazione per la crisi economica ebbe conseguenze maggiori della disgraziata guerra in Vietnam e dello scandalo Watergate, che pure tanto scosse l’opinione pubblica. La corsa verso la prosperità seguita alla Seconda guerra mondiale aveva subito una brusca e inaspettata battuta d’arresto.
William Gaddis potrà essere anche uno scrittore difficile, ma quasi mai criptico o incomprensibile. Il motivo dominante è netto e chiaro: la sete di denaro e beni materiali uccidono le energie spirituali che possono portare arte, amore e generosità. La vera difficoltà consiste nel fatto che Gaddis non si limita alla semplice morale per cui il denaro che lo sterco del diavolo. Descrive un sistema economico dove il valore è volatile come parole al vento e dove il mezzo non ha alcun bisogno di essere giustificato dal fine.
Gaddis non ci dice che sono in buoni e chi i cattivi. L’unico serio candidato alla personificazione del male, colui che con più efficacia si adegua ai distorti principi del sistema, non è che un ragazzino innocente di appena undici anni e neppure così brillante.
Il male sono tutti e nessuno perché la sete di denaro contagia chiunque. Alla stessa maniera, Gaddis ha scientemente disseminato pezzi di sé del romanzo. Ogni personaggio ha un qualcosa dell’autore, quasi a sottolineare che non esiste una distinzione definitiva tra chi soccombe alla cultura materialista e chi resiste.
È stato spesso rimproverato a Gaddis di avere una visione troppo pessimista del mondo. […] Le perizie si chiudeva effettivamente in maniera cupa. […] JR, benché oppresso da tinte ancora più fosche, regala invece un barlume di speranza nel personaggio di Edward Bast. Figlio illegittimo del compositore James Bast, lo troviamo inizialmente alle prese con una rappresentazione scolastica della Rhinegold di Wagner dove JR interpreta non a caso la parte di Alberich, il nano che rinnega l’amore e si impadronisce dell’oro. È un patto col diavolo simile a quello accettato dal pittore nelle Perizie, in quanto anche Edward ha grandi ambizioni e medita di comporre un’opera. Qui, però, l’artista riesce a riscattarsi, quantunque a fatica. Quando il castello di carta edificato da JR crolla miseramente, Bast si tira indietro e cerca di spiegare al bambino che la sua visione della realtà è falsa e fallace costringendolo ad ascoltare una cantata di Bach. Vuole mostrargli che al mondo esistono altre cose, cose diverse dagli “intangibili beni” prodotti dal denaro, “cose che soltanto la musica può dire”. Un tentativo vano: per tutta risposta JR gli chiede se ha bisogno di soldi. Bart ha in tasca solo pochi centesimi, fino ad allora non ha fatto che accettare prestiti e anticipi. Tuttavia stavolta non cede alla tentazione. Dice no. È certamente un barlume fioco che si percepisce a stento nelle tenebre del romanzo, anche perché Bast ha ridimensionato di molto i suoi sogni d’artista: dalla grandiosa opera che aveva in mente si riduce a scrivere un pezzo per solo violoncello. Ma è comunque una speranza che Gaddis dona al lettore e sta a quest’ultimo proteggerla e alimentarla. Del resto, checché ne pensino i detrattori e gli svogliati, una timida e difficile fiammella è sempre meglio di tanta carta straccia venduta per oro colato.
(A novel about futures di Tommaso Pincio)

“No, aspetta, aspetta, questa non posso perderla, aspetta, Incontro di Pallavolo Bloody Mary alle dieci e trenta, bloody mary gratis a tutti i giocatori. Torneo di golf su bellissimo campo di Wianno, Tom, dev’essere la parata per i venticinque anni di Grynszpan. Presentarsi a Kirkland House, una squadra di vecchi amici e compagni di scuola che non avreste mai… bisogna fare in modo che ci vada, Tom, dove diavolo è l’altra metà della…?”
“Bast, senta, vuole aiutarmi a fare un po’ di pulizia prima che…”
“Estendere queste operazioni di taglio di boschi ai terreni federali adiacenti conformemente alla legge di uso multiplo e produzione sostenuta del millenovecentosessanta forzando il concetto di ciclo di lavorazione nella misura in cui, legalmente… non è questa, dove diavolo…?”
“Signor Gibbs, io… una parte di questa posta può essere…”
“Simposio mattutino, possibilità di svolgere domande imbarazzanti a illustri compagni di scuola o presunti tali, eccola qui, la tradizionale parata in piazza d’armi alle quattordici, costumi per tutti… maledizione, Tom, bisogna che ci vada…”
” Un momento, ascolta, cosa… cos’è questo rumore?”
“È… solo la vasca, signor…”
“Il seno in cui s’incontrano le acque lucenti, Tom, alla confluenza del possente Mongahela e… il signor Bast e io ci stavamo giusto chiedendo cosa diavolo confluisce nel Mon… Monongahela per formare il possente Ohio nel seno di Pittsburgh, dove…”
” È solo la vasca, signor Eigen, io…”
“Maledettamente furbo, se vuoi sapere la mia opinione, non riusciva a fermare l’acqua dell’acquaio e allora ha aperto quella della vasca per distribuire un po’ meglio tutta questa dannata entropia, mi passa quella bottiglia, per piacere, Bast?”

“Il punto, perdio, il punto è che lei vuol essere presa sul serio e ha bisogno di una spalla, o più d’una, una donna dotata come lei a cui non è mai stato permesso di far niente, se ne sta là seduta tutto il giorno a bere Mastro Lindo e ti inventa un’intera tragedia, perdio, dove c’è un ruolo per tutti. Arabi, israeliani, irlandesi, è sempre la stessa storia, perdio, hanno tutti paura di non essere presi sul serio, gli irlandesi sanno benissimo che tutti sanno che sono solo un bluff, e allora si fanno in quattro per peggiorare le cose, lo stesso vale per quegli ipocriti degli israeliani, si prendono parte di sopra del pentolino e lasciano agli arabi la parte di sotto, e tutti sono così stufi di loro che non gli resta altro da fare che correre strillando qua e là in cerca di un pubblico che li prenda sul serio, è sempre la stessa storia, perdio, me lo riempi? Il problema, perdio, ascolta, il problema… leggi Wiener sulle comunicazioni, più complicato è il messaggio maggiori sono le probabilità di errore, prendi qualche anno di matrimonio, perdio, c’è un’enorme quantità di messaggi scambiati nei due sensi e non arriva niente, perdio, troppa entropia, tu le dici buongiorno e lei, che ha un tremendo mal di testa, crederà che di come si sente non ti importi un fico secco, tu chiedile come si sente e crederà che vuoi solo scopare, provaci e ti dirà che è l’unica cosa direi che prendi sul serio, prima ti smonta e poi si mette a correre qua e là come fanno quei dannati israeliani agitando la parte di sopra del pentolino per dimostrare a tutti che hanno ragione loro. E questi maledetti arabi, fuori dalla grazia di Dio, là seduti con la parte di sotto, pretendono che tu li prenda sul serio, mentre l’unica cosa che vuoi è loro petrolio, perdio…”
“Jack, senti, quella roba potrebbe farti male, se tu…”
“E se vuoi il loro petrolio, perdio, devi rispettarli per quello che sono, in giro si trova sempre un tanghero pronto, mi segui? a rispettarla per quello che è, mentre con aria grave le guarda su per le sottane, e in questo caso la donna dotata a cui non è mai stato permesso di far niente ascolta e non le importa di sapere chi è, è uno che la prende sul serio, e quando finalmente è sicura che lui non mira al suo pentolino, gli spalanca la parte di sotto, è sempre la stessa storia, perdio, ricomincia tutto da capo, sa di albicocca, che roba è?”

“Tom, qui fuori c’è un ragazzo della prima N che si paga gli studi vendendo biglietti di auguri. Come sono questi biglietti?”
“Be’, vede, sono biglietti per tutte le occasioni, per tutte le diverse ricorrenze, sono tutti…”
“Biglietti per tutte le occasioni, Tom, ne ha per tutte le diverse ricorrenze.”
“Come compleanni, anniversari, sa, tutte queste diverse occasioni come…”
“Ho un amico che si è buttato dalla finestra, hai un biglietto per quest’occasione?”
“Be’, Gesù, io… magari, se guarisce…”
“Non può guarire, è tornato a casa e si è impiccato, hai un biglietto per questa occasione?”
“Be’, Gesù, io… non credo, ma forse lei potrebbe…”
“Ho una donna a cui pago gli alimenti che va a letto con un venditore di libri, questa sì che è un’occasione, hai un biglietto che vada bene?”
“Be’, Gesù, io… questo è di condoglianze, forse potrebbe…”
“Jack, maledizione, cosa stai… ciao, Chris, che c’è?”
“Oh, salve, signor Eigen, io… sto solo vendendo questi biglietti di auguri…”
“Dice che sono per tutte le occasioni, Tom, perdio, ma tutte le occasioni alle quali mi riesce di pensare sono…”
“Jack, sta’ zitto, ti spiace? Chris abita sopra di noi, è… quanto, Chris?”
“Be’, vediamo, due dollari la scatola, ma per cinque dollari gliene do tre e in più le spetta quest’omaggio gratuito di questi semi di fiori…”
“Va bene, prendo quella da cinque dollari, Chris…”
“Lascialo finire, Tom, lui vuole guadagnarsi la sua…”
“Ecco, Chris, e… un momento, guarda…”
“Gesù, signor Eigen, grazie…”
“Perdio, Tom, non l’hai lasciato finire, non ci ha detto quali semi di fiori…”
“Veramente in questo momento non mi servono né semi né i biglietti, Chris, io… forse puoi portarteli via e venderli a qualcun altro, torna a trovarmi… – chiuse la porta, – maledizione, Jack, parlare in questo modo a un povero ragazzo che…”
“Come sarebbe a dire povero, ma lo sai qual è il ricarico su quei biglietti del cazzo? Quello intasca più soldi di me, ma perdio, Tom, vuol farmi credere che se li guadagna, comportati così e gli farai sbollire tutto l’orgoglio professionale, e minerai alle fondamenta l’intero sistema della libera inizia…”
“Lascia perdere! Per piacere, hai preso il ghiaccio?”

“Va bene, solo… aspetta, vediamo cosa diavolo ha lasciato… – aprì un armadio, annusò e si schiarì la voce tirando fuori col piede una scatola da scarpe, – pastello, posso darti un pastello viola…”
“Non voglio un pastello viola, perdio, voglio una matita.”
“Te lo do rosa, maledizione, perché ha lasciato questo?… ha lasciato qui presente, perché ha lasciato questo?”
“Non voglio un presepe, perdio, voglio solo una matita.”
“Guarda, puoi avere un pastello viola o un pastello rosa, se ti…”
“Perdio, prendo quello viola.”
“Tieni… – si accucciò vicino a un piede in fondo al letto basso, passandosi una mano sugli occhi, – Dio, Jack, maledizione, come fai… come fai a passare il Natale…”
“Ci pensa il giudice, Tom, perdio, il modo migliore di fregarlo, ti fai ebreo, passi Hanukkah e lo freghi.”
“No ma come fai? Jack, lui lo metteva là sotto la finestra e lo chiamava… lui, lui credeva che si chiamassero il Bambin Cucù e i Tre Randagi, lui…”
“Come vuoi fare, Tom, perdio, lo passi e basta, lo passi e basta, un affabile magistrato ti accorda il privilegio di una visita, non fai in tempo a consegnare la tua gerla di regali che è già ora di andarsene, perdio, stai su un angolo di strada a salutare, col vento che soffia, perdio, e lei sa benissimo che non sai dove andare, e stai lì a salutare con la mano su quell’angolo di strada, davanti alla farmacia, strumenti chirurgici per tutta la famiglia…”
“Un vero istinto per la giugulare, maledizione, mi diceva che io…”
“Aspetta, aspetta, Tom, ascolta, un’idea per guadagnare un milione di dollari, perdio, ascolta. Inventiamo un gioco di società, perdio, dov’è la bottiglia?… Ascolta, un gioco sul divorzio, sarà un successone, un gioco di società, chiamiamolo Divorzio, che ne dici? Ogni coppia sposata, giovani e vecchi, sublimeranno il loro… perdio, non si sopportano e non possono permettersi di separarsi, allora comprano per dieci dollari il nostro gioco e sublimano il divorzio, perdio, lo chiamiamo Spacca e facciamo un milione di dollari, che ne dici?”
“Ti ho mai raccontato che David un giorno mi ha chiesto se Gesù era mai… aspetta, maledizione, sta’ attento…”
“No, no, volevo solo farti vedere, guarda, getti i dati e la figurina si muove intorno al tavoliere, fai la tua scelta e paghi quel che devi, proprio come nella vita reale, guarda… – una statuina del presepe saltellò, tra le sue dita, sopra il “Morning Telegraph”, – guarda, atterri su questi quadratini che ti dicono cosa devi fare, andare in tribunale, perdio, devo disegnare un cartoncino che ti ordina di pagare duemila dollari al dentista, proprio come nella vita reale, guarda… – e le rimanenti statuine del presepe si lanciarono all’inseguimento attraverso Aztec Queen $ 19.40 vince per tre lunghezze a Hialeah, – gli alimenti, perdio, la casa, macchine, barca, cane, bambini, una moglie che cerca di toglierti ogni cosa, proprio come nella vita reale, che ne dici?…”
“Jack, maledizione, non voglio che si rompano, ti ho mai raccontato che un giorno David mi ha chiesto se Gesù quando è nato era un indiano?”
Aspetta, perdio, se vai qui… – la figura più piccina, quella in fasce, fu sospinta da Big A ai Risultati di Yonkers, – chi arriva qui ottiene la custodia del bambino per un giro, proprio come nella vita reale, tutto una nuova generazione, perdio, sarà un successo tra le giovani coppie, vai in tribunale, estrai un cartoncino, dice che devi pagare gli arretrati dello psichiatra di tua moglie, milleduecento dollari, perdio, la moglie passa a riscuotere gli alimenti… – l’unica figura seduta, una donna, con le braccia aperte come davanti a qualcosa d’incredibile, venne spinta in avanti fino a raggiungere un nero dall’aria nobile sopra Cooky Jane seconda a Coast, – arriva qui, sorpresa a scopare in un motel perde la custodia per due giri, gioco per due o anche quattro coppie, proprio come nella vita reale, sarà un successone, che ne dici?”

“La scorbutica vecchiaia e la gioventù… oh, lo so, ma che nome delizioso avete scelto per le vostre case di riposo, qualcuno deve aver letto Vento del sud, non è il libro più delizioso che sia mai stato scritto? Naturalmente avevo immaginato che potesse trattarsi del vostro JR, ma quando, tra l’altro, ha sbagliato l’ortografia di Nepenthe…”
“Sì be’, sono sicuro che non l’ha letto, non ne ha neppure mai sentito parlare, no, ha solo comprato delle azioni di queste case di riposo quando hanno cominciato a…”
“Sì, com’è stato spaventosamente gentile da parte sua, tutti questi vecchietti che nessuno vuole avere tra i piedi, chiuderli a spese dei contribuenti in grandi e umidi ospedali governativi sarebbe assolutamente inconcepibile e puzzerebbe di socialismo, certo la libera iniziativa deve loro la dignità di un’assistenza privata dopo tutto ciò che hanno fatto per trasformare la nostra cara patria in quello che è diventata, e la mamma dice che avete un senatore che dirige la battaglia per l’assistenza agli anziani, così non ci saranno quelle scene tanto tristi per i conti non pagati, e naturalmente anche l’idea dei cartelli dislocati con gusto e discrezione con cui si offrono i nostri servigi, la mamma è rimasta assolutamente incantata, ma non proprio nella stanza, penso io, e lei? No, vicino alle uscite per i visitatori che lasciano, forse per l’ultima volta, quei vecchietti deliziosi tutti ben rincalzati nei loro lettini, solo un tocco di vetrata dipinta e il più semplice dei messaggi, lo zio Arthur aveva suggerito un caro funebre con la frase: chi ben comincia è a metà dell’opera, a me sembra così outré… io e la mamma pensavamo semplicemente a una cosa come: Wagner è pronto quando lo siete voi, o preferisce “loro”? Quando lo sono loro, naturalmente avevamo pensato anche a “Lui”, quando è pronto anche “Lui”, ma meglio andarci piano, Gli dà un o’ l’aria di un rapitore, non le pare? O non crede…”
“Be’ io veramente non credo…”
“No, certo che no, secondo la mamma è sempre meglio minimizzare, e io credo che sia rimasta assai meno colpita dall’idea del vostro JR di mettere negli atri delle case di riposo dei chioschi per vendere tutto il pacchetto, protesi, assistenza, funerale, tomba e lapide, ha un po’ l’aria della fiera, e naturalmente i direttori delle imprese di pompe funebri sono contrarissimi a tutta la faccenda, ma se i neri per secoli l’hanno fatta franca con le loro società d’inumazione, ognuno ha sicuramente il diritto di organizzarsi con comodo per trascorrere nel modo migliore quei deliziosi ultimi istanti, senza tutta la frenesia e l’imbarazzo dei conti da pagare all’ultimo momento, avete già calcolato il costo del pacchetto?”

“Ti ho sentito! non puoi… maledizione, e da questo non hai imparato niente? arraffare tutto…”
“Cioè, ma è quello che le sto dicendo! Perché uno dovrebbe andare a rubare e violare la legge per arraffare tutto quello che può quando c’è sempre una scappatoia grazie alla quale puoi agire legalmente e arraffare tutto in ogni caso? Allora, cioè, io faccio quello che dovrei fare, e tutti si incazza…”
“Ma perché? come, fai quello che dovresti fare? è questo che…”
“Nossignore, accidenti, ma lei… cioè, lei mi dice: ascolta questo canto il dimmi cosa senti, quando glielo dico s’incazza tanto da spaccare tutto perché non ho sentito quello che avrei dovuto sentire, come quando mi diceva che il cielo è grande e tutto, cioè, come quella sera che la signora Joubert mi ferma e mi dice di guardare il cielo dove sta puntando il dito, vedi là dietro? La cima di quel coso bianco e tondo illuminato dietro quegli alberi là dietro? E mentre me lo indica mi stringe contro una tetta così forte che non riesco a respirare, e mi dice: vedi la luna, là, che sta spuntando? c’è questo milionario, lassù? e io… io sguscio via e anche lei s’incazza con me, non importa, dice… perché la gente non… cioè, perché uno non può semplicemente…?”
“Ma lei… non capisci cosa… perché sei sgusciato via? Non capisci cosa stava cercando di dirti? lei…”
“Cosa dovevo dirle, che la cima in quel cono gelato è l’insegna della Carvel? E che poteva scommetterci culo che là c’è un milionario?”