Zero K – Don DeLillo

Del resto ci sarà un motivo se il mio blog si chiama Underworld! A prescindere dai gusti personali e dalle storie più o meno interessanti, DeLillo scrive sempre in modo sublime. Ho estratto alcuni brani dal suo ultimo lavoro “Zero K” (con la traduzione di Federica Aceto), e ogni volta che li rileggo mi sembrano delle poesie, dove il senso del tempo viene alterato…polverizzato.

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Staccò gli occhi dalla tv giusto il tempo per dirmi, girando la testa indietro, qual era il vero nome di mio padre.
Era nato Nicholas Satterswaite. Io fissavo la parete di fronte a me e riflettevo su quel nome. Lo articolai impercettibilmente, muovendo le labbra, diverse volte di seguito. Eccolo steso lì davanti a me, con le brache calate. Era lui il mio vero padre, un uomo che aveva scelto di abbandonare la storia dei suoi antenati, tutte le vite fino ad arrivare alla mia che erano nascoste nelle pieghe delle lettere del suo nome.
Quando si guarda allo specchio quello che vede è la simulazione di un uomo.
Madeline riprese a guardare la tv e io ricominciai a masticare, contando le lettere. Venti nel nome completo, dodici solo nel cognome. Quei numeri non mi dicevano niente – cosa potevano dirmi? Ma io dovevo entrare in quel nome, lavorarlo, conficcarmici dentro. Chi sarei stato con il cognome Satterswaite, e cosa sarei diventato? Allora, all’età di diciannove anni, ero ancora in pieno divenire.
Capivo la lusinga di un nome inventato, emergere da un io-ombra per entrare in un’iridescente finzione. Ma quello era il progetto di mio padre, non il mio. Il cognome Lockhart non mi si adattava per niente. Troppo serrato, troppo stretto. Lockhart, così solido e risoluto, Lockhart, un cognome a tenuta stagna. Un cognome che mi escludeva. Potevo soltanto sbirciarci dentro dall’esterno. Era così che vedevo la questione, in piedi dietro mia madre, mentre ripensavo al fatto che, dopo averlo sposato, lei non aveva preso il cognome Lockhart.
Guardai lo schermo e le chiesi cos’avesse che non andava il nome Nicholas Satterswaite tanto da spingere mio padre a ripudiarlo. Il fatto che fosse troppo indistinto, rispose lei. Il fatto che fosse dimenticabile. Le variazioni nella grafia e forse anche nella pronuncia. Da un isolato punto di vista americano, quel nome non viene da nessuna parte e non va da nessuna parte. E poi, del resto, c’è l’ascendenza anglosassone di quel cognome. La responsabilità che questo implicava. Il modo in cui suo padre aveva usato quel cognome come un riferimento per valutarlo quando era bambino.
In tv c’era un servizio sul traffico, immagini dal vivo di auto che passavano su una superstrada ripresa dall’alto. Quello era il canale che trasmetteva notizie sul traffico ventiquattr’ore su ventiquattro, e dopo un po’, senza audio e con le macchine che comparivano senza sosta sullo schermo per scomparire immediatamente, la scena fluttuava fuori dalla sua banale realtà. Lei guardava lo schermo, io guardavo lo schermo, e la scena si trasformò in un’apparizione. Fissavo il flusso del traffico e contai, una dopo l’altra, otto macchine poi altre dodici, le lettere del vero nome, nome di battesimo e cognome, fino ad arrivare a venti. Ripetei questa cosa diverse volte, otto macchine, poi dodici. Dicevo il suo nome ad alta voce, lettera per lettera, aspettandomi una possibile correzione da parte di Madeline.

Poi arrivò il giorno e l’anno in cui mi cadde l’occhio su una rivista esposta nell’edicola di un aeroporto: Ross Lockhart sulla copertina di “Newsweek” insieme ad altre due divinità della finanza mondiale. Indossava un completo gessato e aveva cambiato pettinatura. Telefonai a Madeline per descrivere le basette da serial killer. Rispose la vicina, la donna col bastone di metallo, il bastone a quattro piedi, e mi disse che mia madre aveva avuto un ictus e che dovevo andare a casa immediatamente.
Nel ricordo, gli attori sono fermi in una determinata posizione, in modo innaturale. Io seduto con un libro o una rivista, mia madre davanti alla tv senza audio.
La vita è fatta di momenti ordinari. Questo è quello che lei sapeva per certo e questo è quanto ho imparato io, in fin dei conti, in quegli anni che abbiamo trascorso insieme. Nessun salto e nessuna caduta. Inspiro la pioviggine dei dettagli del passato e so chi sono. Ciò che prima non riuscivo riconoscere ora mi appare chiaro, filtrato dal tempo, un’esperienza che non appartiene a nessun altro, nemmeno lontanamente, a nessuno, mai. La guardavo passare il rullo per togliere i pelucchi dal suo cappotto di panno. Definisci cappotto, mi dico. Definisci tempo, definisci spazio.

Sono andato nella mia stanza, ho acceso la luce e mi sono seduto in poltrona a pensare. Mi sembrava di aver fatto quelle identiche cose mille volte, la stessa stanza, ogni volta, la stessa persona seduta. Mi sono sorpreso ad ascoltare. Cercavo di svuotare la mente, di ascoltare e basta. Volevo sentire quello che Ben-Ezra aveva descritto, il rumore oceanico di gente che vive, pensa e parla, miliardi di persone, ovunque, che aspettano treni, marciano in guerra, si leccano via il cibo dalle dita. O semplicemente che sono chi sono.
Il brusio del mondo.

Invecchiando, la gente tende ad affezionarsi di più agli oggetti. Credo che sia vero. Cose particolari. Un libro rilegato in pelle, un mobile, una fotografia, un quadro, la cornice che racchiude il quadro. Cose che fanno sembrare permanente il passato. Una palla da baseball con l’autografo di un giocatore famoso morto da tempo. Una semplice tazza da caffè. Cose di cui ci fidiamo. Che raccontano una storia importante. La vita di una persona, di tutti quelli che sono entrati se ne sono andati in quella vita, c’è tanta profondità, tanta ricchezza.

La città sembra appiattita, tutto è a livello della strada, le impalcature, i lavori, le sirene. Guardo il viso delle persone, faccio uno studio istantaneo, senza parole, della persona dentro quel viso, poi mi ricordo di guardare in alto nelle solide geometrie delle strutture, le linee, gli angoli, le superfici. Sono diventato uno studioso dei semafori pedonali. Mi piace attraversare di corsa la strada quando i secondi rossi sul semaforo sono scesi a tre o quattro. C’è sempre un secondo e qualcosina in più tra quando diventa rosso per i pedoni e quando diventa verde per le macchine. Questo è il mio margine di sicurezza e io abbraccio volentieri l’opportunità, attraversando un ampio viale con passo deciso, a volte perfino con una civile corsetta. Sapere che quel rischio non necessario è parte integrante del codice della patologia urbana mi fa sentire fedele al sistema.

Io e lui viaggiavamo da diverse ore, che ormai erano diventate giorni, con una notte passata in un’ambasciata o consolato non so dove. Avevo la sensazione che lui la stesse tirando un po’ per le lunghe, non a scopo di ritardare il suo arrivo e vivere così un giorno in più, ma solo per collocare le cose nella giusta prospettiva.
Quali cose?
La mente e i ricordi, probabilmente. La sua decisione. Il nostro rapporto padre-figlio, trent’anni e passa, tutto ripidi pendii e brusche deviazioni di percorso.
A questo servono i lunghi viaggi. Per vedere quello che c’è dietro, per ampliare la vista, trovare un disegno globale, conoscere le persone, valutare la portata di varie questioni per poi stramaledire o benedire te stesso o dirti, nel caso specifico di mio padre, che avrai la possibilità di fare tutto daccapo, con qualche variazione.

Era uno di quegli autobus che vanno da un capo all’altro della città, da ovest a est; un uomo e una donna seduti vicino all’autista, una donna e un bambino in fondo. Ho trovato posto nel mezzo, avevo gli occhi fissi su niente di preciso, la mente vuota o quasi, quando a un certo punto ho cominciato a notare un bagliore, un’ondata di luce.
Dopo qualche secondo le strade erano sature della luce del giorno morente e l’autobus era il latore di quel momento radioso. Guardavo il luccichio sul dorso delle mie mani. Guardavo e ascoltavo, e sono trasalito nel sentire un gemito umano. Mi sono girato di colpo e ho visto il bambino in piedi davanti al finestrino posteriore. Eravamo in centro, la vista verso ovest era limpida, e lui gemeva e indicava il sole sfolgorante in un equilibrio straordinariamente preciso tra file di alti palazzi. Era uno spettacolo impressionante, quella grossa palla rossastra, in mezzo a tutto quel trambusto urbano, di una potenza notevole; sapevo che esiste un fenomeno naturale che si verifica qui a Manhattan un paio di volte l’anno, in cui i raggi del sole si allineano perfettamente al reticolo delle strade.
Non sapevo come si chiamasse questo fenomeno, ma lo stavo osservando in quel momento e lo vedeva anche il bambino, le cui urla insistenti erano adatte alla circostanza. Il bambino, dal corpo massiccio e la testa enorme, era completamente risucchiato da quella visione.
E poi c’è Ross, di nuovo, nel suo ufficio, l’immagine di mio padre in agguato che mi dice che tutti vogliono possedere la fine del mondo.
È questo ciò che vede il bambino? Mi sono alzato e mi sono avvicinato. Aveva le mani chiuse sul petto, serrate quasi a pugno, morbide e tremanti. Sua madre era seduta in silenzio, guardava insieme a lui. Il bambino ballonzolava sul posto, al ritmo delle sue urla, che erano incessanti e piene di euforia, grugniti prelinguistici. Era terribile l’idea che lui soffrisse di una qualche menomazione, che fosse macrocefalico, mentalmente deficiente, ma quelle grida di stupore erano molto più pertinenti di qualunque parola.
L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più puro senso di stupore all’intimo contatto fra la terra il sole.
Sono tornato al mio posto, guardando dritto davanti a me. Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino.

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