Michael Gold – Ebrei senza soldi

Un romanzo che è un mix tra narrativa, memoir, spaccato storico e politico. Michael Gold racconta la sua infanzia nel Lower East Side di New York, tra emigranti ed ebrei in cerca di una nuova vita e che si sono ritrovati nello sfruttamento, nel degrado e nella disoccupazione. Rapidi, lucidi e taglienti sketch che dipingono la vita nei primi del ‘900 tra bande, prostitute, sfruttatori e famiglie.

Tradotto da Alessandra Scalero per Castevecchi.

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Non potrò mai dimenticare quella strada dell’East Side dove ho vissuto da ragazzo; distante un isolato dalla famigerata Bowery, era un autentico canyon di caseggiati guarniti di scale di sicurezza, lenzuola e facce.

Facce, facce, alle finestre dei caseggiati. Che inesauribile, immensa miniera di emozioni, la strada! Non s’addormentava mai. Ruggiva come un mare in tempesta. Esplodeva come una girandola di fuochi artificiali.

La gente si urtava, questionava per la strada. Eserciti di venditori ambulanti spingevano urlando i loro carretti. Donne strillavano, cani abbaiavano e si accoppiavano in mezzo alla strada. Bimbi piangevano.

Un pappagallo bestemmiava. Marmocchi cenciosi giocavano fin tra le zampe dei cavalli. Grasse massaie si prendevano per i capelli, da una porta all’altra. Un mendicante cantava.

Sulla panca davanti alla scuderia, i carrettieri si riposavano, sghignazzando, mandando giù interi boccali di birra.

Magnaccia, giocatori e ubriaconi sfaccendati; politicanti, pugili in maglietta; buontemponi striminziti, allampanati facchini del porto in tuta. L’interminabile parata della vita dell’East Side sfilava attraverso le porti di vimini del bar di Jack Wolf. La sua capra se ne stava distesa sul marciapiede, masticando una copia della “Police Gazette” con aria sognante.

Le mamme dell’East Side dagli eroici seni spingevano spettegolando le carrozzine coi bambini. I tram a cavallo passavano strepitando. Un calderaio picchiava sul rame. I robivecchi scampanellavano. Turbini di polvere e di giornali. Le prostitute ridevano stridule. Un profeta passava – un robivecchi ebreo dalla lunga barba candida. Monelli ballavano intorno all’organetto. Due vagabondi sonnacchiosi si tenevano su, spalla spalla.

Agitazione, sporcizia, botte, confusione. La voce della mia strada si levava come lo scoppio di una gran carnevalata o di una catastrofe. Quel rumore mi riempiva le orecchie. Lo udivo persino in sogno; ancora oggi ne sento l’eco.

Svegliandomi, al mattino, non ero mai troppo sorpreso se mi trovavo accanto, nel letto, una nuova famiglia di emigranti, insaccati in camice da notte di foggia straniera.

Perlopiù apparivano pallidi, esauriti. Riempivano l’aria dell’odore del disinfettante di Ellis Island. Un fetore che mi nauseava peggio dell’olio di ricino.

In giro per la stanza erano sparsi loro averi: le sacche da viaggio di grossa tela a righe, e i monumentali fagotti, dai quali si intravedevano materassi di piuma, pentole e casseruole, preziosa tela tessuta mano, tovaglie ricamate e curiose giubbe spesse come coperte.

Non c’era casa nell’East Side in cui quei disgraziati non trovassero asilo come nella nostra. L’ospitalità era una cosa naturale, che non si discuteva nemmeno, finché la nuova famiglia non avesse trovato un alloggio conveniente. I nuovi arrivati sedevano a tavola con noi e ci assediavano di interminabili domande sull’America. Riferivano le cattive notizie dal vecchio mondo (erano sempre cattive, le notizie). Sin dal primo mattino, si preoccupavano di come trovare lavoro. Noi insegnamo loro, per prima cosa, a non soffiare sul gas per spegnerlo (c’era anche chi non l’aveva mai visto prima). Camminavano su e giù per le strade del nostro East Side e guardavano i poliziotti e i bar, e non la finivano di meravigliarsi di tutto. Facevano un’infinità di scoperte; chiacchieravano e si comportavano come degli stupidi.

Salivamo al terrazzo, sui tetti; portavamo con noi bottiglie di birra e panini imbottiti di salame e mio padre raccontava, mentre si mangiava e si beveva.

La luna e le stelle si accendevano, nel nero cielo che sovrastava New York. La faccia di mio padre splendeva misteriosa alla luce delle stelle. Egli fumava un sigaro. Dietro le sue spalle, come intagliato nel carbone, si ergeva un fantastico paesaggio di comignoli e grattacieli.

Parlava, e la sua voce era bassa, sicura, magnetica, di un maestro. Egli conosceva il suo potere di suggestione e quando raccontava, lo faceva con una dignità singolare. Ma lassù, sui tetti, coadiuvato dal fascino della luna e delle stelle, il suo incanto cresceva.

[…] e oggi ancora ricordo quelle ore sulla terrazza della nostra casa, sotto il cielo notturno di New York. I grattacieli si ergevano verso la luna, costellati di lunghe luci rosse e bianche come navi gigantesche. Una brezza tropicale soffiava dal mare. E dalla strada saliva il frastuono dell’East Side.

Estate. A fatica si respirava. Tutti i giorni di sole dardeggiava i suoi raggi micidiali. Di notte, vapori si levavano dalle pietre del nostro ghetto come da un bagno turco. Mai un istante di sollievo da quel peso che ci gravava sulla nuca e sul cranio. Tutti stavano male, e i dottori avevano il loro da fare.

In casa degli ebrei, i bimbi piangevano, morivano, e prosperavano le mosche. Tutti erano irritati; l’eco dei litigi saliva super gli sfiatatoi. Se mi svegliavo, nel cuore della notte, ero certo di sentir la casa intera brontolare e rivoltorarsi nelle camere da letto. La gente andava in cerca di un po’ di sonno come di un tesoro. Tutta la notte, spettri dagli occhi infossati vagavano per le strade. Famiglie intere dormivano nei docs, nei giardini pubblici, sui tetti. Il mondo era una fornace.

Nell’East Side, la gente compra dal droghiere un pizzico per volta; tre centesimi di zucchero, cinque di burro, tutto quanto a penny. Il buon pane nero ebraico che sa di mietitura viene tagliato in dodici parti, e si vende a un penny la fetta. Ma quell’inverno, anche i penny scarseggiavano. C’era stato panico a Wall Street; migliaia di persone si trovavano senza lavoro; c’erano scioperi, suicidi, assalti ai negozi di commestibili. Le prostitute erravano per la nostra strada come tante lupe; mai c’era stata tanta rivalità tra di loro.

La vita diventava gelida. Il sole era pallido nel cielo di un grigio mortale. Le strade erano ingombre di neve e di fango. Gli sfratti si contavano a centinaia. La fanghiglia mi penetrava attraverso le scarpe sdrucite. Il vento mi schiaffeggiava il viso; ed ecco, davanti un caseggiato, una catasta di suppellettili: tavoli, sedie, una tinozza piena di stoviglie e coperte da letto, una scopa, una credenza, una lampada. La neve li ricopriva poca poco; e cadeva, quella stessa neve, su un piccolo ebreo con la moglie e i tre bambini, rannicchiati in un gruppo dolente, accanto alle loro poche cose. Avevano messo un piattino su uno dei tavoli. Una vecchia con una sporta borbottava una preghiera nel passare, e lasciava cadere un penny nel piattino. Altri facevano la stessa cosa. Ogni volta, gli sfrattati abbassavano gli occhi vergognosi. Non erano mendicanti, erano persone “perbene”. Ma quando nel piattino fossero caduti abbastanza penny, avrebbero forse potuto avere tanto denaro per prendere in affitto una nuova casa. Ed era, quella, la loro ultima speranza.

Inverno. Abiti pesanti, scarpe forti, carbone, cibo…quante cose costose e indispensabili!

Inverno. Un mendicante cieco nel cortile, e la sua faccia volta al cielo nervoso! Un mendicante che canta il volgare turpiloquio del music hall yiddish. Ha una voce rauca, è paziente, vecchio. La gente gli getta qualche penny dalle finestre, pezzi di pane avvolti in un giornale.

Inverno. Bambini, vecchi, donne s’accapigliano come cani affamati attorno a una casa in costruzione, dove distribuiscono del legname fradicio. La magra vecchietta ebrea che trascina a stento una slitta da bambini carica di legna incespica  e cade; raddrizza le sue vecchie ossa, si asciuga il naso nello scialle e riprende a tirare la corda…

Inverno. I vagabondi che dormono in file sulla segatura del pavimento, nei bar, sembrano pesci morti. Mezzanotte suonata da tempo. In un seminterrato, da uno straccivendolo, cinque vecchi ebrei fanno la cernita degli indumenti, al lume di una lampada. Uno mangia un sandwich.

Inverno. In una casa d’irlandesi, in cucina, c’è un cadaverino avvolto in una tovaglia, sul tavolo. Padre madre siedono uno vicino all’altra, litigano, e ogni tanto s’attaccano alla bottiglia di whisky.

Inverno. Una ragazza italiana giace febbricitante in una stanza. Ha gli occhi gonfi; un fazzoletto bagnato le cinge la fronte. Ma deve guadagnarsi da vivere. Seduta sul letto, lavora fiori artificiali  -gigli, rose e ortensie.

Inverno. Troppi cadaveri aspettano la sepoltura.

Il municipio è costretto a seppellirli a gruppi di tre “per risparmiare tempo e spazio”, dicono i giornali.

Inverno. Battaglia a palle di neve. Prendiamo di mira grassi signori dignitosi in bombetta, Per il gusto di vederli andare su tutte le furie. Facciamo le scivolate; innalziamo falò nella strada, per far arrostire le patate, finché non viene il poliziotto che ci caccia via e spegne il fuoco…

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